Intervista a Ivan Fedele
Ivan Fedele, è attore (tra i protagonisti del programma televisivo “Made in Sud” nel duo “Ivan e Cristiano”), autore, docente e formatore teatrale. In televisione ha lavorato, oltre a “Made in Sud” (Rai2), “Domenica in” (Rai1), “Fatti Unici” (Rai2), “Serata Felicità” (Sky1), ed altri programmi.

Al cinema ha partecipato ai film “Colpi di fortuna”, “Tramite amicizia”, “Succede anche nelle migliori famiglie” e “Benvenuti in casa Esposito”. È in radio con “Il Fattappost” e “Disconnesso”. A teatro con “Troppo Napoletano” e “Sala d’attesa”.
Ha pubblicato i romanzi “Non avrai altro dio all’infuori di Claudio”, “Mal comune e in mezzo Claudio” e “A tutto Claudio” con la Homo Scrivens, ha partecipato ai saggi musicali “Trent’anni di Oltre” e “Cinquant’anni di Questo piccolo grande amore” editi dalla Santelli. Autore del volume di didattica “Giochiamo al teatro” pubblicato dalla Editrice Mea con la quale ha pubblicato anche la fiaba per bambini “Pallina, la farfalla blu che non sorrideva” dedicata al l’autismo. Per la Readaction ha pubblicato “Le canzoni di Claudio Baglioni spiegate a mia figlia” a lungo primo nelle classifiche dei digital store e ora questo “Per cento e mille strade” che celebra il quarantennale dell’album “La vita è adesso” di Claudio Baglioni.

Ivan, il tuo percorso artistico e culturale è estremamente variegato. Sei attore, scrittore e formatore teatrale. Da dove nasce e come ti spieghi questa tua versatilità e ricerca?
A volte, scherzando ma non troppo, dico che faccio tanti lavori (l’attore, l’autore, lo speaker, il docente, il formatore teatrale, lo scrittore) solo perché a Napoli, la città dove vivo, con un solo lavoro non si campa! In realtà non c’è un vero motivo, se non una curiositas sempre viva. Una voglia di conoscere, di capire, di sapere che mi porta a esplorare vari campi alla ricerca di qualcosa che mi assomigli o che possa assomigliare a una sfumatura della mia anima.
Il teatro è stato il tuo punto di partenza, la tua prima suggestione. Cosa rappresentano per te i profumi e i sapori del palcoscenico?
Il teatro è il più bel gioco del mondo. È il gioco ancestrale. È il “facciamo finta che io ero” con cui giochiamo da bambini. Il teatro è quindi il grande gioco in cui si può restare bambini. E poi è un luogo magico: lo studio del copione, le prove, l’emozione del debutto, un’opera che cresce replica dopo replica sperimentandosi insieme al pubblico. Il teatro è davvero una delle forme artistiche più soddisfacenti. E vive in qualsiasi luogo si attui: un palcoscenico, la strada, una casa… ed è come un rito. Una volta io e Cristiano Di Maio eravamo in cartellone in un teatro con una nostra opera intitolata “Sala d’attesa”. Una sera vennero a vederci solo due spettatori: una coppia belga. Eravamo imbarazzatissimi, ma il rito non poteva non attuarsi. E così quella sera recitammo solo per quelle due persone. Ricordo che i saluti finali li facemmo scendendo in platea per ringraziarli con un bacio. Però poi, inavvertitamente, ci mandarono tutti i belgi appartenenti al loro gruppo (frequentavano una scuola italiana per belgi). Ed erano tantissimi. Mi sono sempre chiesto che cavolo abbiano capito di quella nostra commedia.

Come è avvenuto e quali effetti ha portato nella tua vita il passaggio alla televisione?
Il passaggio alla tv è arrivato in maniera naturale. Qualcosina io e Cristiano già l’avevamo fatta, come qualcosa su delle emittenti regionali e sul nazionale qualche puntata di “Domenica in”. Poi nel 2006-07 iniziammo a partecipare al laboratorio comico del Teatro Tam di Napoli. Il laboratorio si chiamava “Sipariando” ed era diretto da Nando Mormone. Attraverso quel laboratorio, che andava in scena ogni domenica, si formò una nuova generazione di comici che fu protagonista del programma televisivo “Made in Sud”, dapprima in onda sul canale regionale Tele Napoli Canale 34, poi sul canale Comedy Central di Sky e infine dal 2012 su RAIDUE, prima in seconda serata e poi, in diretta, in prima serata per un bel po’ di anni. Un successone grande che ci portò a girare l’Italia in tournée con gli spettacoli live.

Hai scritto diversi libri, tra cui alcuni dedicati a Claudio Baglioni, di cui parleremo nel dettaglio più avanti. In questi lavori emerge un legame molto forte tra la musica e la narrazione. Qual è stato il motivo che ti ha spinto a scrivere di questo grande cantautore? È stato un impulso emotivo, una scelta più ragionata, una necessità?
Si inizia sempre parlando di ciò che si conosce bene. Avevo giù scritto due dei tre romanzi e avevo già partecipato alla scrittura dei libri su “Oltre” e su “Questo piccolo grande amore”. Un giorno mi contattò Michele Caccamo, poeta ed editore. Mi disse di aver letto alcune mie cose su Baglioni e di esserne rimasto colpito. Mi invitava ad analizzare le sue canzoni e a pubblicare con lui un libro. La proposta era estremamente stuzzicante, anche se non semplice. Mi rimboccai le mani e presi a scrivere questo volume analizzando e raccontando tutti i testi del cantautore romano dal 1967 a oggi. Il titolo è “Le canzoni di Claudio Baglioni spiegate a mia figlia” per due motivi. Il primo è che mi ero dato come compito di raccontarle in maniera semplice, quasi come se le stessi spiegando a un bambino. E poi perché mia figlia è nata il 16 maggio, proprio nel giorno del compleanno di Claudio Baglioni. E io e mia moglie ci conoscemmo proprio facendo la fila per comprare i biglietti per il concerto di Claudio. Quindi una sorta di fil rouge che attraversa le nostre vite e lega musica, narrazione, biografia. Per il quarantennale del disco “La vita è adesso”, Michele mi chiese di scrivere qualcosa. Nacque l’idea di “Per cento e mille strade” che inizialmente doveva contenere solo un mio racconto sul 1985, l’analisi dei brani, un’intervista a Celso Valli, produttore e arrangiatore del disco e la rassegna stampa dell’epoca. Poi Andrea Aloisi, un violinista, mi chiese di mettere il suo scritto nel libro. La stessa cosa fece Gerlando Fabio Sorrentino col suo saggio. Da qui divenne una sorta di festa con tanti amici a parteciparvi.
Nella trilogia “Non avrai altro Dio all’infuori di Claudio”, “Mal comune e in mezzo Claudio” e “A tutto Claudio”, scritti con tua moglie Rosa Alvino, la musica di Baglioni diventa quasi un filo conduttore nelle vite dei protagonisti. Quanto di autobiografico c’è in questa storia? Hai attinto a esperienze personali o hai costruito il racconto basandoti sulle testimonianze dei fan?
I volumi sono stati pubblicati dalla Homo Scrivens di Aldo Putignano, un galantuomo che ringrazio sempre, perché è stato il primo a credere in me, il primo a pubblicare un mio libro. Sono tre romanzi romantici, ma molto ironici.
I protagonisti sono Sara, donna pragmatica e razionale, e Luca, sfegatato fan di Claudio Baglioni che vive di dischi, concerti, viaggi al seguito del suo idolo e compagnie esclusivamente baglioniane. Luca e Sara sono due opposti e le loro dinamiche scateneranno situazioni esilaranti. E sì, sono romanzi autobiografici. C’è tantissimo della nostra storia d’amore e anche di tutti i nostri amici baglioniani. Anche se è molto romanzato restano “atti privati in luogo pubblico”. È tutto vero. Anche i personaggi. Ad esempio Paolone, un personaggio dei romanzi, ha un nome e un cognome nella realtà: Giuseppe Hasson.

Il tuo libro “Le canzoni di Claudio Baglioni spiegate a mia figlia” analizza i testi delle sue canzoni dal 1967 a oggi. Cosa hai scoperto, rileggendoli in profondità? C’è qualche brano che ha rivelato un significato nuovo, magari inaspettato, rispetto a quello che avevi percepito ascoltandolo negli anni?
E’ uno studio che ho iniziato dagli anni ’90 sul news group it.fan.musica.baglioni. Lì provavamo ad analizzare e studiare, con criteri oggettivi, i testi di Claudio Baglioni. Il che vuol dire non esprimere un concetto soggettivo (“Questa frase mi dà la sensazione…”), ma cercare di ricostruire attraverso le fonti (libri, interviste, frasi dette ai concerti) il significato oggettivo di un testo. E per alcuni testi, soprattutto quelli della cosiddetta trilogia, ovvero gli album usciti negli anni ’90, non è stato affatto facile. Per scrivere il libro ho approfondito tante cose. Mi ha raccontato, ad esempio, Pasquale Minieri (il braccio destro di Claudio nella preparazione del disco) di come la parte musicale di “Stelle di stelle” fu registrata completamente al buio affinché i tre musicisti, non avendo punti di riferimento visivi, esprimessero un sound più abbozzato e meno definito. Oppure che la parte musicale di “Mille giorni di te e di me” nacque nel 1978 come mi ha raccontato Walter Savelli, storico tastierista di Baglioni. O, ancora, che il finale de “Le donne sono” è ispirato a un vecchio film con Nino Manfredi. Ho avuto la fortuna di poter raccontare di questo libro in un convegno a Palmi (CS), proprio insieme a Claudio Baglioni. Un’esperienza indimenticabile.

“Per cento e mille strade”, invece, come esprime il sottotitolo del libro, racconta la straordinaria storia de “La vita è adesso”, ed è uscito lo scorso 13 marzo. È uno dei dischi di Baglioni che maggiormente evoca e racconta immagini e storie. Raccontaci di questo viaggio…
Poter mettere il naso nel dietro le quinte di un capolavoro come “La vita è adesso” è stato il più grande regalo che Michele Caccamo e la sua Readaction potessero farmi. Un lavoro pazzesco che ha fatto la storia. E’ stato incredibile venire a conoscenza che “Uomini persi” aveva ritornello e strofa invertite, che inizialmente “E adesso la pubblicità” aveva un “vestito” rock, che Baglioni incideva anche da steso e che “La vita è adesso” stava per avere un altro inciso fino a poche ore prima della registrazione. Mi chiedi di raccontarti di questo viaggio. Ebbene per me è stato un viaggio nel tempo, come se fossi tornato per alcune settimane nel 1985.

Ma il tuo lavoro di scrittore non si ferma alla musica. Hai pubblicato anche “Giochiamo al teatro”. Cosa ti ha spinto a scriverlo?
Dal 1999 lavoro come formatore teatrale. In questo volume (edito dalle Edizioni MEA di Antonio Esposito, Gertrude Vollaro, Franco Simeri e Tonino Scala) ho voluto raccogliere il mio metodo. Nel libro c’è tutto il necessario per approntare un laboratorio teatrale “fai da te” per Infanzia e Primaria. Ci sono giochi, esercizi, metodi e perfino tre copioni teatrali. Ho portato i miei laboratori teatrali in centinaia di scuole. Adesso riesco a farlo un po’ di meno, ma ho sempre i miei corsi di teatro a Napoli. Sempre col mio metodo “Giochiamo al teatro”. La stessa MEA, sempre attenta al sociale, ha pubblicato anche “Pallina, la farfalla blu che non sorrideva”, una mia favola per bambini che ha per tema l’autismo.
Oltre al teatro, alla televisione e alla scrittura, ti occupi anche di progetti innovativi, come la rubrica “DISCOnnessi” su SocialTalkWeb. Ci racconti di questa esperienza?
“Disconnessi” è un mio format che si concreta nel parlare di un disco in ogni puntata. E’ un talk dove si racconta un album musicale. Sperimentato sul Web, nelle radio, dal vico. Ci sono state puntate su “Persone silenziose” di Luca Carboni, “Strada facendo” di Claudio Baglioni, “Parsifal” dei Pooh, “Liberi liberi” di Vasco Rossi. E poi Zucchero, Franco Battiato, Pino Daniele, Samuele Bersani, Carmen Consoli, Niccolò Fabi, Francesco Guccini, Lucio Dalla, ecc. Conversando con amici, addetti ai lavori o addirittura con chi, in quei dischi, ci aveva suonato.
Guardando al futuro, c’è un progetto artistico che sogni di realizzare?
Mi piacerebbe poter scrivere sempre più, occuparmi sempre più di musica. Il sogno sarebbe poter fare lunghe interviste ai cantanti la cui musica amo. Ma capisco che è un sogno grosso e difficilmente realizzabile. Sono stato folgorato dai libri intervista (le famose “Conversazioni con…”) del grande, inarrivabile e compianto Massimo Cotto.
Cosa significa per te essere un “artista” oggi?
Poter creare cose che assomiglino alla propria anima.
Per concludere, il tema di questo numero è dedicato ai colori, cercando di cogliere almeno alcune delle infinite sfumature e percezioni. Cosa rappresentano per te?
I colori sono la vita nelle sue varie sfumature. Oggi vengono usati anche per contraddistinguere e differenziare l’emozioni. Il mio colore preferito è il blu. Quando ero bambino era il verde. Mi danno serenità il rosa e l’azzurro. Temo un po’ il rosso. Non so perché. Ad ogni modo sogno una vita sempre a colori. E non, come canta Baglioni in una sua canzone, “Storie in bianco e nero dove abbiamo solo un ruolo fisso da comparsa”.