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‘I Colori’ Category

Doppia personale di Caterina Ciuffetelli e Paolo di Nozzi

Da un’idea e per la cura di Roberto Gramiccia

Dal 15 marzo al 4 aprile 2025 

Numeri & Carezze è il titolo della doppia personale di Caterina Ciuffetelli e Paolo Di Nozzi, che è stata inaugurata sabato 15 marzo 2025 presso l’Associazione Culturale Lavatoio Contumaciale di Roma.

Ideata e curata da Roberto Gramiccia, l’esposizione si colloca all’interno di una location suggestiva, sede dell’Associazione culturale fondata nel 1974 da Tomaso Binga (nome d’arte di Bianca Pucciarelli Menna), in collaborazione con Filiberto Menna celebre critico d’arte, e oggi diretta da Grazia Menna.

La ragione del titolo, solo apparentemente bizzarro, risiede nel desiderio del curatore di portare a sintesi in due parole l’universo di senso entro il quale si colloca e da cui trae linfa l’immaginario creativo di Caterina Ciuffetelli e Paolo Di Nozzi. 

Scrive Gramiccia: «Numeri, infatti, è lemma che individua i territori sconfinati della certezza matematica, quella che nella nostra tradizione greca viene fatta risalire ad Archimede ma che ha origini ancora più antiche e provenienza molto più a Oriente rispetto all’area del Mediterraneo e della Magna Grecia. Quello dei numeri è il mondo che fa riferimento a quella razionalità calcolante che informa di sé, oggi più che mai, il pensiero unico, prono di fronte alle logiche di un universo fatto di fredde cifre, di mercato e di tecnologia. 

Carezze invece è parola che allude a una polarità opposta. Quella che si riconduce alle province dell’incertezza amorosa, dell’eros, del sentimento, del coraggio e della tenerezza che reca conforto a quella debolezza che trae origine dalla fragilità umana rassegnata. La carezza richiama alla mente il gesto della madre verso il bambino o dell’amante verso l’amata. Simbolo in entrambi i casi di energie primordiali. Ma sciocco sarebbe pensare che nel pensiero razionale il “cuore” non abbia cittadinanza, come insegnano le attuali neuroscienze».

Le pareti dell’Ex Lavatoio diventano così il teatro di una scena armoniosa, simbolicamente in bilico tra i lavori bidimensionali di Caterina Ciuffetelli e le tre dimensioni spaziali delle opere di Paolo Di Nozzi. 

La visione d’insieme restituisce il senso di una compenetrazione di anime e visioni, con la “geometria sentimentale” di Ciuffetelli che dialoga con il “poverismo barocco” di Di Nozzi, nel solco di un percorso all’insegna di una verità misconosciuta: materia e spirito, come razionalità e sentimento, non sono realtà in competizione tra loro ma facce di un’unica medaglia. 

Ufficio stampa della mostra

Ginevra Amadio (392 5315976) –  ginevraamadio@yahoo.it / ginevraamadio@gmail.com

Ingresso gratuito

Dal Martedì al Giovedì solo per appuntamento telefonando al 335.1364569; 

La verità è morta: lunga vita alla certezza! Recita così il manifesto di questo nostro tempo sempre più folle. Ed è forte il rischio che ne diventi anche l’epitaffio. Un incubo che, a quanto pare, non spaventa nessuno. Per quattro ragioni tra tutte.

Verità e certezza non sono sinonimi

La prima è che siamo tutti convinti che verità e certezza siano sinonimi. Non è così. Dire che una cosa è certa, non significa affatto dire che è vera. Un esempio? Il più clamoroso di tutti: per millenni, l’umanità intera è stata assolutamente certa del fatto che fosse il Sole a girare intorno alla Terra, salvo poi scoprire che le cose non stavano affatto così. Tutti erano fermamente convinti di qualcosa di totalmente falso. Senza contare che è molto più facile essere certi di una bugia che di una verità.

Il sonno della ragione libera i mostri

La seconda è che, spazzando via i dubbi, le false certezze ci rassicurano, tacitando le nostre (fin troppo paurose) coscienze e facendoci dormire sonni tranquilli

Una tranquillità indotta e pericolosa, come quella procurata da un’anestesia. Mentre noi dormiamo, infatti, il mondo intorno a noi è libero di fare quello che vuole. E, come la Storia dimostra, è estremamente difficile – per non dire impossibile – che non approfitti del nostro “sonno” per imporci la sua volontà e renderci complici, sudditi, servi o schiavi.

Il “sonno della ragione”, dunque, più che generare mostri, li libera e permette loro di saccheggiare, indisturbati, tutto ciò che incontrano

Il dubbio: la bussola che guida alla verità 

Al contrario di ciò che pensiamo, il dubbio non è affatto l’antitesi della verità. Esso è per la verità ciò che la bussola è per il viaggiatore: una guida indispensabile. Senza il dubbio, infatti, perderemmo orientamento e direzione e non riusciremo nemmeno ad avvicinarci alla verità.

Un popolo di analfabeti

La terza ragione – la più grave – è che non abbiamo più né gli strumenti intellettivi né le conoscenze per poter distinguere il falso dal vero

Già nel 2014, Tullio De Mauro – linguista di fama internazionale – scriveva: «Solo un po’ meno di un terzo della popolazione italiana ha i livelli di comprensione della scrittura e del calcolo ritenuti necessari per orientarsi nella vita di una società moderna». 

Due anni dopo, De Mauro, rilanciava il suo allarme, dichiarando che la percentuale degli italiani che comprende i discorsi politici o che capisce come funziona la politica italiana «è certamente inferiore al 30%». Una persona su tre: può una società sopravvivere con un simile livello di ignoranza?

Non solo. Un mese dopo la morte di De Mauro – siamo nel febbraio 2017 -ben 600 tra rettori, docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi, costituzionalisti, sociologi, linguisti, matematici, economisti, neuropsichiatri… scrivono una lettera al Presidente del Consiglio, al Ministro dell’Istruzione e al Parlamento per chiedere “interventi urgenti” per rimediare alle carenze degli studenti. Non sei, non sessanta, non cento: 600!

«Alla fine del percorso scolastico – si legge nella lettera – troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente». «Da tempo – si legge ancora – i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare». La situazione è così grave che «nel tentativo di porvi rimedio, alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana». 

Errori appena tollerabili in terza elementare e corsi di recupero della lingua italiana, all’Università? E ci stupiamo di come stiano andando le cose nel nostro Paese e nel mondo?

Immersi in un oceano di falsità

Risultato? Viviamo immersi in un oceano di falsità, convinti di nuotare nella verità, mentre, in realtà, stiamo affogando. La tempesta perfetta: dal momento che non ci rendiamo nemmeno conto di esserci finiti in mezzo, infatti, non sentiamo alcun bisogno di provare a uscirne e metterci in salvo.

Tra i primi a lanciare l’allarme era stato, vent’anni fa, Harry G. Frankfurt, professore emerito di filosofia a Princeton, con un piccolo saggio dal titolo inequivocabile – “Stronzate” (Rizzoli, 2005) – che aveva fatto il giro del mondo.

«Uno dei tratti salienti della nostra cultura – scriveva Frankfurt – è la quantità di stronzate in circolazione […]. Tendiamo – spiegava – a dare per scontata questa situazione. Gran parte delle persone, confida nella propria capacità di riconoscere le stronzate ed evitare di farsi fregare. […]. Di conseguenza, non abbiamo una chiara consapevolezza di cosa sono le stronzate, né del perché ce ne siano così tante in giro».

La parte più interessante dell’analisi di Frankfurt è quando spiega perché le stronzate sono «un nemico della verità più pericoloso delle menzogne». 

Paragonando le stronzate alle bugie, Frankfurt sottolinea una differenza cruciale: per dire una bugia, bisogna conoscere la verità. Per dire una stronzata, no. Chi dice una bugia, dunque, conosce la verità (fatto tutt’altro che irrilevante); chi dice una stronzata, no. E, cosa ancora più importante, non gliene frega niente di conoscerla. 

Ed è questo il cuore della questione, perché, quando diciamo una bugia, decidiamo deliberatamente di omettere o negare una verità. E questo è già grave. Quando diciamo una stronzata, invece, diciamo, a noi stessi e a tutto il mondo, che della verità non ce ne frega assolutamente niente. E questo è molto più grave. Le stronzate, quindi, ci abituano a fare a meno della verità.

L’importanza della verità

Fatto estremamente grave perché, come spiega lo stesso Frankfurt nel suo pamphlet “Verità” (Rizzoli, 2007), la verità ha un valore essenziale per la vita umana, in quanto requisito fondamentale per la nostra esistenza quotidiana (chi si affiderebbe a un medico, un avvocato, un giudice, un architetto o un amministratore che se ne frega della verità?) e per il funzionamento della società. L’indifferenza verso la verità è pericolosa, poiché porta a un mondo basato su illusioni, rendendo impossibili cooperazione e progresso. La verità – che è oggettiva e indipendente dalle nostre opinioni – è necessaria per la razionalità e la libertà. Per prendere decisioni informate e razionali, abbiamo bisogno di accedere a informazioni vere. La verità, quindi, è un prerequisito per la libertà individuale e collettiva, indispensabile per la fiducia e la cooperazione sociale. Una società basata su bugie, disinformazione o “stronzate” è destinata a collassare, perché la cooperazione umana dipende dalla capacità di fidarsi degli altri e di condividere una base di conoscenza affidabile.

La verità è introvabile

La quarta e ultima ragione – che dipende solo in parte dalla terza – è che, anche ammesso che fossimo in grado di riconoscere bugie e stronzate, non saremmo comunque in grado di trovare la verità. Essa è stata nascosta dietro una coltre così spessa e densa di fumo nero che è praticamente impossibile scovarla. Bisognerebbe disboscare l’impenetrabile giungla delle “narrazioni” da migliaia e migliaia di bugie e stronzate, a colpi di fact-checking incrociati, risalendo alla fonte originale di ogni notizia, verificarne l’attendibilità e ristabilire la verità per qualunque tema: politica interna, politica estera, economia, difesa, sanità, lavoro, istruzione, ricerca scientifica, welfare, aborto, fine vita, ecc. ecc. Un lavoro da professionisti dell’informazione che nessun semplice cittadino sarebbe in grado di fare, nemmeno se decidesse di dedicare l’intera giornata al fact-checking, sacrificando famiglia, affetti, lavoro, tempo libero, amicizie. Ed è esattamente su questo che contano gli imboscatori di verità e i costruttori e spacciatori di stronzate.

Allontanare dalla verità non è mai stato così facile

Non solo: allontanare dalla verità non è mai stato così facile. In questo caso, però, la natura umana non c’entra. Non è solo la nostra paura del dolore a tenerci lontani dalla verità. Ciò che ci allontana dalla verità è il fatto è che, per la prima volta nella Storia, i nemici della verità dispongono di armi potentissime. Le più potenti che siano mai state concepite e prodotte: sofisticatissimi strumenti di manipolazione della realtà – basati su strabilianti algoritmi di intelligenza artificiale – e la capacità di penetrazione dei social media. Capacità senza precedenti che, in poche ore, permette di raggiungere e catechizzare quasi 5 miliardi di persone: più della metà della popolazione del pianeta.

Manipolare le coscienze è un attimo. liberarle, quasi impossibile

L’aspetto più drammatico di questo stato di cose è dato da una forbice devastante: da un lato, manipolare le coscienze è infinitamente più facile e veloce di quanto non sia mai stato (la propaganda è sempre esistita), dall’altro, smontare le falsità spacciate per verità assolute da quello che potremmo definire il “Deep State” globale – sovranazionale e a-democratico – che decide le sorti del pianeta è praticamente impossibile.

L’arma più letale? la parola

Anche perché le armi più pericolose e letali adoperate da questo “sistema globale di ingegneria del consenso” non sono atomiche o droni e nemmeno cyber-weapon. Sono le armi più antiche ed efficaci di tutte: le parole. Tra le più distruttive, anche perché subdole. Le crediamo innocue, perché cominciamo a usarle sin da bambini e siamo convinti di conoscerle troppo bene perché possano sorprenderci, colpirci alle spalle e farci male. Innocue, però, non sono affatto. Tutt’altro.

Il linguaggio non è un semplice mezzo di comunicazione

Al contrario di ciò che pensiamo, infatti, il linguaggio non è soltanto un semplice mezzo di comunicazione, che ci consente di relazionarci con gli altri. È molto di più. È qualcosa che influenza il nostro modo di vedere il mondo e, quindi, di rapportarci ad esso

Derrida: non esiste una realtà indipendente dal linguaggio

Secondo alcuni grandi pensatori – filosofi, antropologi, linguisti – è addirittura il linguaggio a creare la realtà. Per Jacques Derrida – ad esempio – non esiste una realtà oggettiva indipendente dal linguaggio, ma è il linguaggio che influenza profondamente il modo nel quale percepiamo e comprendiamo il mondo. 

Sapir & Whorf: il linguaggio influenza/determina la realtà

Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf si sono spinti anche oltre, sostenendo che la lingua che parliamo non influenza soltanto la nostra percezione del mondo ma anche il nostro modo di pensare. Sono due le ipotesi legate ai loro nomi: il cosiddetto “determinismo linguistico”, secondo il quale è la lingua a determinare il pensiero e a definire ciò che possiamo concepire, e la “relatività linguistica”: la lingua influenza il pensiero, ma non lo determina in modo assoluto. Mentre il determinismo linguistico è stato criticato e, in parte, confutato da autorevoli studiosi, la relatività linguistica è ancora oggetto di studio e discussione, con ricerche che dimostrano come la lingua influenzi, ad esempio, il modo in cui percepiamo lo spazio, le azioni e perfino i colori. Un’influenza tutt’altro che trascurabile, come possiamo facilmente intuire.

Neologismi, eufemismi e solecismi: armi di manipolazione di massa

Le parole, dunque, sono infinitamente più importanti di quello che crediamo. Per questo crearne alcune ad hoc (neologismi) o modificare, proditoriamente, il significato di parole esistenti (eufemismi & solecismi) è una strategia di manipolazione in grado di dare risultati inimmaginabili. 

Anche perché colpisce parole semplici che tutti noi usiamo continuamente e che, una volta “infettate”, contribuiscono a dar vita a quella “realtà irreale” nella quale il “Deep State” – quel “sistema globale di ingegneria del consenso” del quale parlavo prima – vuole farci vivere.

Gli esempi sono innumerevoli. Ecco alcuni tra i più significativi. Partirei da “Seconda Repubblica”. È dal tempo di Tangentopoli che siamo tutti convinti di vivere nella “Seconda Repubblica”, mentre la Repubblica è sempre la stessa. Con questa formula, però, sembra che la vecchia e corrotta Repubblica della “partitocrazia” (termine a suo tempo coniato per convincere l’opinione pubblica a liberarsi dei partiti e trasformare la democrazia del parlamento – cioè del popolo – in democrazia dell’esecutivo, cioè delle élite) sia stata sconfitta, che i partiti non ci siano più (davvero?) e che la corruzione sia, finalmente, debellata (è così?); “lacci e lacciuoli”, il mantra di chi non sopporta che la Legge si metta tra lui e i suoi affari; “premier”: per il momento, in Italia, non esiste alcun “Premier” nel senso proprio del termine. Il Presidente del Consiglio italiano, infatti: non ha una legittimazione diretta o semi-diretta (viene nominato dal Presidente della Repubblica e, per governare, ha bisogno della fiducia del Parlamento), deve ottenere e mantenere la fiducia del Parlamento (a differenza di alcuni premierati, il Parlamento italiano può sfiduciarlo con una mozione di sfiducia semplice), non nomina né revoca autonomamente i ministri (i ministri vengono nominati dal Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio), non può sciogliere il Parlamento né indire nuove elezioni (poteri che spettano, esclusivamente, al Presidente della Repubblica), non ha il controllo assoluto del Consiglio dei Ministri e della politica generale (deve mediare con la maggioranza parlamentare), non può dirigere direttamente alcuni ministeri chiave (Interni, Esteri, Difesa) senza delega (nei veri premierati, il capo del governo può assumere direttamente ministeri strategici), non è Comandante in capo delle Forze Armate (ruolo del Presidente della Repubblica). Dato, però, che il progetto è quello di trasformare la democrazia parlamentare in un premierato, da anni ormai, si parla di “premier”. E, così, quando il passo si compirà, sembrerà a tutti un passo normale: un’evoluzione positiva in chiave di governabilità e stabilità (vedi sotto) e non la fine della democrazia parlamentare, così come voluta dalla Costituzione.

Governabilità”, per non dire che si sta lavorando per rendere sempre più “docile” il Paese, il quale deve abituarsi a lasciarsi governare dal capo di turno, senza “disturbare il conDUCEnte”; “stabilità”, per non dire “inamovibilità” del governo di turno, il quale, una volta ottenuto il potere, fa di tutto per non perderlo; “sicurezza nazionale”, per non parlare di “Stato di polizia/repressione”, e mantenere l’opinione pubblica in una permanente condizione di paura, convincendola che c’è bisogno di più polizia, più controlli, più sorveglianza, con buona pace della privacy; “invasione”, di migranti, ovviamente: quando tutti gli studi seri e documentati in materia dicono che i migranti internazionali sono solo il 3,3% (!) della popolazione globale e convincere, così, la “balena-Paese” ad aver paura del “pesce rosso-migrante”; “spending review”, per evitare che l’opinione pubblica si allarmi per i “tagli alla spesa pubblica”, vale a dire a sanità, istruzione, pensioni, assistenza sociale, ricerca scientifica…; “downsizing”, che è molto meno inquietante di “licenziamenti” (così come, durante il Covid, si era parlato di “lockdown” invece che di “confinamento); “lavoro flessibile” per non dire “precariato”, “ottimizzazione del costo del lavoro”, per non parlare di riduzione degli stipendi; “cambiamento climatico”, per non ammettere la “catastrofe ambientale”; “eventi meteorologici eccezionali per scaricare sulla natura le responsabilità delle classi dirigenti nel “dissesto idrogeologico”; “riforme strutturali”, per non parlare di politiche di austerità”; “valorizzazione del patrimonio pubblico”, per non parlare del fatto che, con le privatizzazioni”, lo Stato regala i gioielli di famiglia agli amici; “cartolarizzazioni”, per non dire che si svendono debiti o beni pubblici (come il patrimonio immobiliare dello Stato) a speculatori; “operazioni militari speciali” o “peacekeeping” per non parlare di guerra”. Devo continuare?

Le 200 parole cancellate da Trump

E non è tutto. Il 7 marzo scorso, il New York Times ha rivelato che l’amministrazione Trump ha bandito quasi 200 parole ed espressioni dai documenti e dai siti web governativi. Parole ritenute troppo “woke” – per i progressisti, sinonimo di consapevolezza delle ingiustizie e impegno per una società più equa; per i conservatori, emblema di un’ideologia che impone il politicamente corretto e limita la libertà di espressione – o politicamente sgradite all’amministrazione Trump. In pratica, in molti casi è stato ordinato di rimuovere tali termini dai siti web pubblici delle agenzie o da altri materiali ufficiali, mentre in altri casi se ne sconsigliava fortemente l’uso.

Le parole finite nella lista nera riguardano soprattutto temi di diversità, diritti civili, genere e ambiente – concetti che il governo Trump considera parte della “cultura woke” – come “diversità”, “inclusione”, “uguaglianza”, “esclusione”, “diseguaglianze”, “ingiustizia”, “giustizia sociale” e, addirittura, parole comuni come “femmina” e “donna”. Molti vocaboli riguardano l’identità di genere e la comunità LGBTQ+: “transgender”, i pronomi neutri “they” e “them” (essi, loro), “non-binario”, “cure per l’affermazione di genere”, “LGBTQ+”, ridotto a LGB nelle comunicazioni ufficiali; altre parole proibite si riferiscono a discriminazione razziale e giustizia sociale: “etnia”, “nero”, “minoranza ispanica”, “immigrati”, “razzismo”, “antirazzismo”, “discorso d’odio”, “privilegio”, “pregiudizio”, “oppressione”, “discriminazione”, “segregazione”, “femminismo”, “disparità”, “disabilità”, “salute mentale”, “equità sanitaria”; termini legati al cambiamento climatico e all’ambiente: “crisi climatica”, “energia pulita”, “qualità ambientale” e persino riferimenti geografici come “Golfo del Messico”. A questo proposito, l’amministrazione Trump si è spinta fino a limitare l’accesso dei giornalisti dell’Associated Press (una delle più autorevoli, affidabili e seguite agenzie di stampa del mondo, vincitrice di oltre 50 premi Pultizer) a eventi come briefing nell’Ufficio Ovale e voli sull’Air Force One, a causa dell’uso continuato del termine “Golfo del Messico” invece di “Golfo d’America”. Il presidente Trump aveva emesso un ordine esecutivo per rinominare il Golfo del Messico in “Golfo d’America” e si aspettava che i media adottassero questa nuova denominazione. 

Che dite? Possiamo ancora considerarla la più grande democrazia del mondo?

Aut-aut ovvero: divide et impera

A tutto questo, si aggiunge il fatto che siamo stati tutti infettati dal virus manicheo dell’aut-aut. Ogni cosa – sia nel pubblico che nel privato – dev’essere solo bianca o nera. Nessun altro colore è contemplato. E nemmeno la minima sfumatura. 

Una logica avvelenata e pericolosissima, che mira a rendere qualunque temaguerra, pace, armi, violenza, politica, economia, ambiente, energia, nucleare, aborto, fine-vita, farmaci, vaccini, immigrazione, razzismo, femminismo, patriarcato, parità di genere, sovranismo, globalismo, Europa, euro, BCE, NATO, Trump, Putin, pubblico, privato, lavoro, salario, tasse, welfare, sussidi, alimentazione e bla-bla-bla, fratelliconflittuale. Risultato: ci si divide su tutto

United we stand, divided we fall

Si esaspera ciò che ci divide; si “banna” ciò che unisce o potrebbe unire. A nessuno è venuto il sospetto che questa polarizzazione così esasperata, che radicalizza tutto e tutti non sia alimentata ad arte? Abbiamo mai considerato la possibilità che la parola d’ordine sia: “Mettiamo questi imbecilli gli uni contro gli altri e, mentre loro – fessi – si fanno la guerra tra loro, noi siamo liberi di farci gli affari nostri”?

Abbiamo dimenticato cosa dicevano i latini? “Divide et impera”. Vale a dire: “Dividi (gli altri) e dominerai”. Non è evidente che – se, per dominare, bisogna dividere – per non farsi dominare non bisogna dividersi?

Possibile che, all’alba del terzo millennio, abbiamo dimenticato una verità fondamentale nota già più di duemila anni fa – “Se un regno è diviso in sé stesso, quel regno non può reggersi” (Marco, 3:24-25) – e ripresa, più di 250 anni fa, dal patriota americano John Dickinson, in un verso-manifesto della “Liberty Song” (“Canto della libertà”): “United we stand, divided we fall”: “Uniti resistiamo, divisi cadiamo”.

Vogliamo continuare a dividerci e a fare il gioco del “Deep State” o è arrivato il momento di provare a cambiare strategia?

Salvador Gaudenti è un artista italo-argentino nato a Buenos Aires nell’aprile del 1958 da genitori italiani originari della Calabria, che si erano trasferiti in Argentina dopo la Seconda Guerra Mondiale.  La sua duplice eredità culturale ha influenzato profondamente la sua arte, combinando elementi delle sue radici italiane con l’esperienza vissuta in Argentina. Oltre alla pittura, Gaudenti ha esplorato altre forme d’arte, tra cui la scultura, e ha dedicato parte del suo lavoro a figure iconiche come Diego Armando Maradona.

Ringraziamo fortemente Alessandro Dramisino, manager dell’artista, per la preziosa collaborazione.

Maestro Salvador Gaudenti, come descriverebbe il Suo stile artistico e quali tecniche predilige nelle sue opere?

Non è molto semplice descrivere il mio stile artistico. Credo che non sia catalogabile facilmente, penso che la mia arte sia molto urbana, da strada, questo è per quanto riguarda lo stile. Per quanto riguarda invece la tecnica utilizzo qualsiasi cosa per rendere piacevole, entusiasmante, arrapante quello che ho in testa! (Sorride).

Quali artisti o correnti artistiche hanno influenzato maggiormente il Suo lavoro?

Credo sia stato Toulouse-Lautrec con le sue locandine i suoi manifesti ad influenzarmi maggiormente. I suoi lavori ricreavano un’atmosfera molto urbana, molto particolare, avvolgente, passionale… Poi Modigliani, Picasso, Andy Warhol la Pop Art… Credo che poi in fin fine la mia arte coinvolga tutti questi grandi artisti…

Può raccontarci del Suo percorso? Come è iniziata la sua carriera e quali esperienze l’hanno maggiormente formata?

Il mio percorso artistico inizia da giovane in Argentina, frequentando l’accademia a Buenos Aires, che poi ho dovuto lasciare per motivi di ribellione… Volevo giocare a calcio, che amavo troppo… Sono stato influenzato molto dall’immigrazione italiana e da quella spagnola, che hanno fatto sì che il Tango diventasse uno dei miei cavalli di battaglia, dei miei più grandi successi a livello internazionale. Ho collaborato con l’ambasciata Argentina per tanti anni, promuovendo il Tango Argentino nel mondo, e fu questa la prima fase che mi ha formato definitivamente.

Cosa La ispira nella creazione delle sue opere? Ci sono temi ricorrenti o messaggi che desidera trasmettere attraverso la Sua arte? 

L’ispirazione che porta alla creazione delle mie opere credo venga soprattutto dalla strada; Sono certo che sia uno dei migliori palcoscenici per potersi esibire… Il messaggio che voglio esprimere ed esternare è paragonabile al racconto del viaggio di chi osserva le mie opere, che spero gli rimangano impresse per sempre…come quando senti il profumo dell’erba che brucia in estate, come quando la primavera fiorisce, come una bella canzone che te la porti per sempre, anche se passano gli anni ce l’hai sempre dentro di te! 

Come nasce una Sua opera, dal concepimento dell’idea alla realizzazione finale?

Un’opera nasce, almeno nel mio caso, attraverso la curiosità… Tutto quello che mi circonda, che gira intorno a me, è fonte d’ispirazione… quindi colori, muri, mattoni, un pezzo di strada, la natura, qualunque cosa mi possa ispirare che poi naturalmente io la rielaboro e la realizzo e la definisco a modo mio.

Diego Armando Maradona occupa un posto speciale nella Sua produzione artistica. Cosa rappresenta per Lei Maradona e cosa l’ha spinta a dedicargli diverse opere?

Prima ancora di artista, io nasco calciatore… Ho incontrato Diego e l’ho affrontato quando ero ragazzo e giocavo nel River Plate e Diego negli Argentinos Junior. Mi innamorai subito del suo modo di giocare delle sue follie… e quando in me entra in gioco “l’artista Diego” lui diventa il mio punto di forza della mia carriera, considerando che Maradona è il Dio del calcio, e una delle pop star più amate e conosciute del pianeta… il che significa che se io dipingo Diego a modo mio, uscirà e entrerà in tutto il mondo per il suo essere planetario…

Può parlarci della mostra “Maradona è mille culure” e di come è nata l’idea di questo omaggio?

La mostra di “Maradona è mille culure” nasce attraverso una mia visione. Io, oltre ad essere un artista, sono anche imprenditore di me stesso… Ho la visione di come un artista dovrebbe essere amato, promozionato, cavalcato, coccolato e debbo tanto al mio unico Manager Alessandro Dramisino, il quale ha saputo interpretare le mie idee e visioni e trasformarle in realtà. Con lui abbiamo fatto passi da gigante, le mie opere sono esposte nel Museo Cammarota a Nola, nel Museo Vignati ai Quartieri Spagnoli. Posseggono le mie opere Nino D’Angelo, Bruno Giordano, Beppe Bruscolotti, Jolanda De Rienzo,Criscitiello, El Pampa Sosa, Francini, Carrannante, Ciro Novellino, Mario Artiaco, Nicola ed Enzo Raccuglia (Creatori e Proprietari del grande Marchio Ennerre),Daniel Arcucci (Il Biografo di Diego), Nazareno Casero (Attore protagonista della Serie su Diego “Sogno Benedetto”),Pedro Pasculli (Campione del Mondo México ’86, nonché amico fraterno di Diego); lo stesso Pedro sarà il Testimonial della mia nuova Opera “D10S”, insieme a tantissimi altri. La mostra fu fatta al club Napoli di Castrovillari e fu un grande successo. Trovai grande sostegno tra tutti. Voglio citare Luca Donadio, grande tifoso di Diego, avvocato di mestiere: insieme a lui siamo riusciti a conquistare questo pezzo di Calabria!

Ha realizzato sculture dedicate al campione argentino, come “Maradona Dejà Vu”. Qual è il significato di quest’opera e come è stata accolta dal pubblico?

Il “Deja vu”, che è a Largo Maradona, credo sia un’opera incredibile, se non altro perché è concepita con uno stile molto moderno e contemporaneo. In realtà, oserei dire che è antico e moderno allo stesso tempo… È qualcosa che non puoi catalogare, classificare. È un’immagine che si triplica, che si fa in “3” con le maglie che lui ha veramente amato: il Boca Junior, il Napoli e l’Argentina. Ha avuto ed ha a tutt’oggi un grande successo, quel posto è ritenuto un luogo di culto calcistico, un punto di riferimento per il mondo intero. Passano e ammirano la mia statua milioni di persone all’anno…

Quali sono le principali sfide che ha affrontato nel mondo dell’arte e quali le soddisfazioni più grandi della Sua carriera?

Le sfide nel mondo dell’arte sono veramente tante, è un mondo particolare, cavernicolo… nel vero senso del termine. Un mondo di caverne dove è difficile trovare la luce. Credo che oggi il mondo dell’arte non sia rivolto solo verso le cose incredibili, affascinanti, ma rivolga la sua attenzione soprattutto verso una conoscenza di tipo “Sistema” … o sei dentro a quel sistema o non esisti… Per quanto riguarda le sfide, sono costantemente sotto sfida… Quella che ora a me sta portando tanto entusiasmo direi che sia quella che sto affrontando adesso… “D10S”, la statua più grande al mondo dedicata a Diego, che misura ben 6,20 metri e che verrà sistemata sempre a Napoli a Largo Maradona, nei Quartieri Spagnoli. Io ed Alessandro Dramisino ci stiamo lavorando ormai da mesi… Quindi credo sia questa la sfida che mi porta oggi ad esclamare… “Wow!

(Alessandro Dramisino, manager dell’artista)

Come vede evolvere la Sua arte nei prossimi anni e ci sono nuovi temi o soggetti che desidera esplorare?

Non ho una grande consapevolezza del futuro. Sono molto più radicato sul presente. Quando con la mente costruisco i miei viaggi, penso solo che mi piacerebbe esserci… immagino le mie opere girare in tutto il mondo, raggiungere quei luoghi dove sarebbe bello ed importante esserci… la presenza di un’arte come quella mia… quella molto fuori mano, scomoda, non di sistema… Un’arte che ti fa l’occhiolino… Credo sia questo il viaggio nel futuro che vorrei farmi… In fondo, quando io dipingo, immagino di esserci già nel futuro. Quando io realizzo dei lavori, credo che loro continueranno ad esserci, che proseguiranno ad essere visti tra 70/80 anni ancora come contemporanei… ecco ciò che mi piace immaginare!

I colori hanno un impatto profondo sulle nostre emozioni e sul nostro comportamento, spesso in modi che non percepiamo consciamente. Studi sulla psicologia del colore dimostrano che le tonalità che ci circondano possono influenzare il nostro umore, le decisioni che prendiamo e persino il nostro stato fisico.

Questa relazione tra colore ed emozione è stata studiata da diversi esperti, tra cui Johann Wolfgang von Goethe, che nel suo Teoria dei colori (1810) esplorò come le diverse tonalità suscitino risposte emotive specifiche. Jung, fondatore della psicologia analitica, studiò a fondo i colori non solo dal punto di vista psicologico ma dal più ampio di vista culturale e archetipico. Più tardi, ci si spostò più verso gli aspetti psicologici anche in funzione “comunicativa”, come Max Luscher che inventò un test per relazionare scelte e colori, o il professor Faber Birren, autore di Color Psychology and Color Therapy (1950), che approfondì il legame tra colore, percezione e comportamento umano. Fino ad arrivare alle teorie delle attuali neuroscienze che hanno aperto il campo al neuromarketing basato sui colori.

Ma come funziona questo fenomeno? E quali sono i significati e gli effetti principali dei colori?

La psicologia del colore: perché i colori ci influenzano

La nostra percezione dei colori è influenzata da fattori biologici e culturali. A livello biologico, il colore è elaborato dal nostro cervello attraverso il sistema visivo e può attivare risposte fisiologiche. Ad esempio, studi condotti da Andrew J. Elliot e Markus A. Maier (Color Psychology: Effects on Emotion and Attention, 2014) hanno dimostrato che il rosso può aumentare il battito cardiaco e stimolare l’attenzione.

A livello culturale, invece, ogni società attribuisce significati simbolici ai colori. Ad esempio, mentre nel mondo occidentale il bianco è spesso simbolo di purezza e matrimonio, in alcune culture orientali è associato al lutto e alla morte.

Il significato e gli effetti psicologici dei principali colori

Ecco alcuni dei colori più comuni e i loro effetti psicologici, secondo studi accademici e ricerche nel campo del marketing e della psicologia:

• Rosso – È il colore dell’energia, della passione e dell’azione. Può aumentare la pressione sanguigna e stimolare l’adrenalina (Elliot & Maier, 2014).

• Blu – Simbolo di calma e tranquillità, ha un effetto rilassante ed è usato in ambienti lavorativi per favorire la concentrazione (Kwallek et al., 1996).

• Giallo – Stimola la creatività e il buon umore, ma se troppo intenso può causare ansia (O’Connor, 2011).

• Verde – Il colore della natura e dell’equilibrio. È rilassante per gli occhi e viene spesso utilizzato per ridurre lo stress (Kurt & Osueke, 2014).

• Viola – Tradizionalmente legato alla spiritualità e alla creatività, può evocare sensazioni di mistero e lusso.

• Ara

ncione – Un colore energico e stimolante, spesso associato alla socialità e all’entusiasmo.

• Nero – Simbolo di eleganza e autorità, ma anche di mistero e lutto. (Sliburyte, 2009).

• Bianco – Rappresenta purezza, semplicità e minimalismo. Spesso usato per trasmettere pulizia e ordine.

Come i colori influenzano la nostra vita quotidiana

I colori vengono ampiamente utilizzati nel marketing, nel design e persino nella medicina per influenzare il comportamento umano. Ad esempio:

• Nei ristoranti si usano spesso il rosso e il giallo perché stimolano l’appetito (Singh, 2006).

• Negli ospedali si preferiscono tonalità di verde e blu per creare un ambiente rilassante (Dalke et al., 2006).

• Nella pubblicità, il nero e l’oro vengono utilizzati per comunicare lusso ed esclusività.

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La psicologia del colore è uno strumento potente che influenza le nostre percezioni e decisioni quotidiane. Essere consapevoli dell’effetto dei colori può aiutarci a creare ambienti più armoniosi e a comunicare meglio attraverso il design e la moda.

Il colore non è solo una questione estetica o artistica; esso è profondamente radicato nelle dinamiche sociali e culturali, influenzando la nostra percezione, il comportamento e le interazioni con gli altri. In molte società, i colori sono utilizzati per trasmettere messaggi di status, identità, emozioni e appartenenza. Ogni colore può evocare una serie di risposte psicologiche che, a loro volta, influenzano il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e come veniamo percepiti dalla collettività. In questo articolo esploreremo come i colori influenzano la percezione sociale, concentrandoci su come essi possono modellare il nostro comportamento, le nostre scelte e le nostre interazioni in diversi contesti.

Il ruolo del colore nella psicologia sociale

Il colore ha un impatto diretto sulle emozioni e sulla psiche umana. Studi di psicologia sociale hanno dimostrato che i colori possono influenzare non solo l’umore e le percezioni individuali, ma anche le interazioni e i comportamenti sociali. Ad esempio, l’uso del colore nelle uniformi, nel marketing, nelle politiche aziendali e nelle politiche di inclusività può inviare messaggi potenti e condizionare le dinamiche sociali.

Colori e identità sociale

Ogni colore porta con sé connotazioni e simbolismi che variano a seconda della cultura e del contesto. Le persone tendono ad associare determinati colori con specifici gruppi sociali, valori e comportamenti. Un esempio evidente di come i colori possano essere usati per costruire l’identità sociale è l’uso del rosso in ambito politico. Il rosso, a seconda del contesto, può simboleggiare sia l’ideologia comunista che l’energia e l’entusiasmo in altri settori, come lo sport o l’industria della moda.

Anche in ambito professionale, i colori sono un indicatore di status e ruolo. Per esempio, i blu scuri e i grigi sono frequentemente utilizzati nei contesti aziendali per esprimere autorità e professionalità. D’altra parte, il rosa e il lavanda sono stati talvolta associati a ruoli più “tradizionali” di cura e ospitalità, influenzando la percezione sociale di chi li indossa.

Colori e discriminazione sociale

I colori, purtroppo, sono anche usati per giustificare e perpetuare forme di discriminazione e pregiudizio. Questo accade soprattutto con i colori della pelle e nelle concezioni razziali che le società si sono formate nel corso della storia. Il fenomeno della discriminazione razziale è spesso legato a percezioni sociali negative, che si radicano nelle differenze fisiche, tra cui il colore della pelle. La percezione sociale delle persone può essere influenzata dalla tonalità della loro pelle, con conseguenze che vanno dall’accesso a risorse economiche e opportunità professionali, fino alle relazioni interpersonali quotidiane.

Il colore e le percezioni di genere

Un altro ambito in cui il colore gioca un ruolo significativo è quello della percezione di genere. Storicamente, il rosa è stato associato al femminile e il blu al maschile, ma questa dicotomia di genere nei colori non è sempre stata così marcata. In passato, il rosa era considerato un colore più “forte”, adatto anche agli uomini, mentre il blu era visto come un colore delicato e appropriato per le donne. Nel tempo, tuttavia, le convenzioni culturali hanno invertito questi significati, consolidando il rosa come colore della femminilità e il blu come simbolo di virilità.

La moda e l’industria del marketing hanno contribuito in modo determinante a perpetuare queste associazioni di genere, creando campagne pubblicitarie e prodotti che suggeriscono che determinati colori siano “naturali” per uomini o donne. La pubblicità gioca un ruolo cruciale nel plasmare il comportamento e l’autopercezione, utilizzando il colore per veicolare stereotipi di genere.

Il significato del colore nel contesto del marketing e della pubblicità

Nel marketing, il colore è una delle leve principali utilizzate per influenzare le scelte dei consumatori e manipolare la loro percezione di un prodotto o di un marchio. Ogni colore ha un effetto psicologico che può stimolare emozioni specifiche, condizionando in modo invisibile il nostro comportamento di acquisto.

• Rosso: stimola l’eccitazione, l’urgenza e la passione. Viene spesso utilizzato nelle vendite e nelle promozioni per attirare attenzione immediata e motivare l’acquisto.

• Blu: evoca fiducia, serenità e professionalità. Le aziende che vogliono dare una sensazione di sicurezza e competenza spesso scelgono il blu per i loro loghi.

• Verde: simbolo di natura e benessere, viene utilizzato in contesti che promuovono uno stile di vita sano o prodotti ecologici.

• Giallo: rappresenta la gioia e l’energia, ma può anche trasmettere allarme se utilizzato in modo eccessivo. È un colore che attira attenzione, ma che va utilizzato con cautela.

L’uso strategico dei colori nella pubblicità non è casuale: il colore può indurre il consumatore a sentirsi attratto dal prodotto, motivato all’azione o impressionato dalla qualità percepita del marchio.

Colori e emozioni nella percezione sociale

I colori sono anche potenti veicoli di emozioni e sentimenti nelle interazioni sociali. Un’area di ricerca rilevante è quella che studia come i colori influenzano le relazioni interpersonali, dalle dinamiche romantiche alle comunicazioni professionali.

Rosso

Il rosso è un colore che tradizionalmente stimola passione e aggressività. È stato studiato per il suo impatto nelle dinamiche romantiche, dove il rosso è visto come il colore dell’attrazione e del desiderio. Tuttavia, il rosso può anche scatenare competizione e conflitto, in particolare in contesti dove l’intensità e la determinazione sono ricercate.

Blu

Il blu, al contrario, è associato alla tranquillità, fiducia e serenità. Nelle interazioni sociali, il blu è spesso utilizzato in ambienti dove la collaborazione e la comunicazione aperta sono cruciali, come nei contesti professionali e diplomatici. È un colore che favorisce il senso di solidarietà e sicurezza.

Nero

Il nero è spesso associato a eleganza, autorità e mistero. Tuttavia, nella percezione sociale, il nero può anche evocare tristezza, separazione o oppressione, come nel caso del lutto. In situazioni professionali o formali, il nero è un colore che denota serietà e raffinatezza, ma, se indossato in modo eccessivo o inappropriato, può apparire troppo distante o freddo.

Giallo e Arancione

Il giallo e l’arancione sono colori legati alla gioia e all’ottimismo, ma il loro uso esagerato può portare a una percezione di aggressività o superficialità. Questi colori, pur suscitando emozioni positive, possono creare un effetto contrario se non dosati correttamente.

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Il colore è un potente strumento di comunicazione sociale che va ben oltre la sua funzione decorativa. Influenza la nostra percezione di identità, genere, emozioni e persino le relazioni interpersonali. I colori hanno il potere di formare e riflettere i valori di una società, sia che si tratti di simboli culturali, sia che si tratti di messaggi subliminali veicolati da marketing e pubblicità. Comprendere l’impatto sociale e psicologico del colore ci permette di interpretare meglio le dinamiche delle nostre interazioni quotidiane e le forze che modellano la nostra visione del mondo.

Il mondo che ci circonda è un incredibile concentrato di oggetti, materiali con i propri colori, ma ci sono anche un incredibile quantità di suoni, di profumi…passeggiando in un bosco ce ne accorgiamo in modo immediato: la natura prende il sopravvento su di noi dandoci tantissime cose.

L’uomo riesce a cogliere tutti questi messaggi dall’esterno grazie ai propri sensi. 

5, i sensi sono cinque, mi sono subito detto mentre cercavo di affrontare questo tema. Ma questi 5 sensi non sono tutti i sensi possibili nel mondo animale e a volte non ci sono solo questi anche nell’uomo, ci possono essere situazioni diverse. Così cerco di affrontare quali siano “i limiti” e “i confini” di questi sensi.

Sappiamo tutti che l’uomo può percepire il mondo con la vista (la percezione della luce, dei colori e delle forme attraverso gli occhi), l’udito (la percezione dei suoni e dei rumori attraverso le orecchie), il gusto (la percezione dei sapori attraverso le papille gustative), il tatto (la percezione del contatto fisico tramite la pelle che ci permette di sentire calore o ruvidezza o liscezza degli oggetti) e l’olfatto (la percezione degli odori attraverso il naso). A questi alcuni studiosi ne aggiungono un sesto (anche se non tutti gli studiosi sono concordi) che è la cinestesia, la propriocezione che è la capacità di percepire la posizione e il movimento del proprio corpo nello spazio. Tutti gli animali, compresi gli esseri umani, possiedono questo senso che consente di “vedersi” nello spazio senza l’uso della vista, “sentendo” le proprie articolazioni, i propri muscoli e il come si stanno usando per eseguire dei movimenti.

Ma se consideriamo tutto il regno animale, ci sono altri sensi donati loro dall’evoluzione e dalla selezione naturale.Così alcuni mammiferi particolari hanno sviluppato l’ecolocalizzazione che permette di “vedere” attraverso i suoni acuti che emettono e dei quali analizzano i ritorni in modo da determinare la distanza, la forma e la posizione degli oggetti intorno a loro. E’ con questo senso che i pipistrelli che volano di notte riescono a cacciare le zanzare ed è con questo senso che i cetacei, come i delfini, riescono a muoversi nelle acque torbide.

Lo Squalo, alcune rane e i Pesci Gatto sono in grado di rilevare i campi elettrici prodotti da altri organismi. Con questa Elettrosensibilità riescono a percepire i movimenti dei muscoli degli animali che predano.

E’ dimostrato che gli uccelli, le tartarughe marine e le api, possiedono la Magnetorecezione che è in grado di rilevare i campi magnetici terrestri e così di orientarsi nello spazio anche nelle loro migrazioni lunghissime, anche in ambienti completamente sconosciuti. Tanto per dare una misura, le Sterne Artiche migrano ogni anno, dalla Gran Bretagna al Polo Sud e ritorno per un totale di 96.000 km.

La Termorecezione è una Sensibilità al calore che permette ai Serpenti, come i pitoni e le vipere, di percepire variazioni di temperatura nell’ambiente circostante, permettendo loro di rilevare quei piccoli animali a sangue caldo che sono le prede, anche nel buio totale. Non c’è scampo per i topolini.

Ma i topi, così come i gatti e le foche, ad esempio, hanno un altro senso a loro disposizione: le vibrisse, quei baffi più lunghi e duri che sono sensori tattili estremamente sensibili e che li aiutano a percepire la distanza e la forma degli oggetti vicini, anche in ambienti scarsamente illuminati.

La Rilevazione dei feromoni, non è olfatto, ed è un senso che alcuni animali, come insetti ma anche mammiferi come i cani, hanno sviluppato per percepire i feromoni, segnali chimici emessi con scopo sociale da altri animali della stessa specie. Anche gli esseri umani dovrebbero avere questo senso, ma è talmente poco sensibile da non essere inserito nell’elenco.

Ma affrontando “i limiti” e “i confini” ci possono anche essere “combinazioni”, “confusioni”, “contaminazioni” tra i sensi. 

Così per i poeti esiste “Il suono dolce della tua voce” o “una melodia vellutata che accarezza l’aria” o ancora “un colore caldo come un abbraccio” dove si uniscono e si fondono udito e gusto, udito e tatto, vista e tatto.

Si chiama Sinestesia, è una figura retorica, ma è anche un fenomeno neurologico. E di questo fenomeno esiste una forma “blanda” e una forma “pura”. 

La Sinestesia si manifesta quando al percepire uno stimolo – supponiamo un suono – viene provocata una reazione netta di un altro senso – ipotizziamo la vista. Il fenomeno è involontario e nella sua forma più pura, è il manifestarsi di un fenomeno percettivo vero e proprio e non cognitivo. Ma una maggiore attenzione prestata può renderlo più consapevole e più netto. 

Vasilij Vasil’evič Kandinskij ha descritto la sua Sinestesia nel libro “Lo spirituale nell’arte” e la “utilizzava” per le sue opere, i suoi quadri che sono esplorazioni dei colori, delle forme e delle geometrie esistenti nel nostro mondo, esaltando questo sua particolare condizione.

Mi sono soffermato su un’opera in particolare. Si intitola “Impressione III” ed è stata dipinta da Kandinskij dopo aver assistito al concerto di capodanno del 1911 del compositore viennese Arnold Schönberg, tenutosi a Monaco di Baviera. 

Nel quadro si possono riconoscere nella grande macchia nera la forma del pianoforte a coda che si trova sul palco e ai suoi piedi i numerosi spettatori, di diversi colori. In lontananza si nota un albero arancio e alla destra dell’albero uno stagno blu. Materializzazioni di quello che percepiva il pittore, il tutto avvolto da un giallo denso e pastoso, quello che era il colore del suono di quel concerto.

Se lo guardiamo profondamente, un po’ ci sembra di essere lì. Proviamo ad ascoltare il Quartetto per archi op.10 e i Klavierstücke op.11 che vennero suonate in quel Primo Gennaio del 1911.

La Sinestesia, dicevo, può avere anche una forma più blanda e questa può essere presente in molti individui. Infatti i nostri sensi, pur essendo autonomi, non agiscono in maniera del tutto distaccata dagli altri nell’ambiente che ci circonda. 

Così voglio esortare me stesso e anche voi ad allenare questo “nuovo senso” per vedere la musica che è attorno a noi, percepirne i colori, percepirne la liscezza o sentire il profumo del verde e del giallo che in questi giorni di inizio primavera si fanno sempre più esplosivi.

Il colore è stato uno degli elementi fondamentali nell’arte fin dai suoi inizi. Ha avuto un ruolo cruciale nell’espressione visiva e nel trasmettere emozioni, concetti e simbolismi. Le scelte cromatiche degli artisti non sono mai casuali, ma si basano su una profonda comprensione teorica, psicologica e anche sociale. La storia del colore nell’arte è lunga e complessa, con molteplici evoluzioni attraverso le epoche.

Le origini del colore nell’arte: dalla pittura rupestre all’Antichità

Nel corso dei millenni, l’uso del colore in arte ha subito trasformazioni significative. Nelle pitture rupestri preistoriche, i colori erano ottenuti da terre naturali e minerali, come ocra rossa, gialla e carbone. Questi colori venivano utilizzati per rappresentare il mondo circostante, in un contesto spirituale o rituale. Le prime forme di pittura erano essenzialmente simboliche, piuttosto che realistiche.

Con l’arrivo delle civiltà antiche, come quella egizia, greca e romana, il colore divenne anche un mezzo per esprimere status e potere. Gli Egizi, per esempio, usavano il colore per rappresentare divinità, gerarchie sociali e emozioni. Ogni colore aveva un significato preciso: il blu rappresentava l’infinito e il divino, mentre il rosso simboleggiava la forza vitale e l’energia.

Il Rinascimento e la ricerca del realismo

Con l’avvento del Rinascimento (XIV-XVI secolo), gli artisti iniziarono a esplorare più intensamente le possibilità del colore. La tecnica della pittura a olio, sviluppata in questo periodo, consentì di ottenere sfumature più sottili e realistiche. Artisti come Leonardo da Vinci, Raffaello e Michelangelo usavano il colore per modellare la luce e creare tridimensionalità. Il chiaroscuro (l’uso di forti contrasti tra luce e ombra) divenne una tecnica fondamentale per dare profondità e volume alle figure.

In questo periodo, l’uso del colore non era solo tecnico, ma anche simbolico. Ad esempio, Veronese e Tintoretto utilizzavano colori vivaci e saturi per evocare il sacro o l’opulenza.

Il colore nell’arte moderna: sperimentazione e astrazione

Nel XX secolo, l’approccio al colore subì una radicale trasformazione con i movimenti artistici come l’Impressionismo, il Cubismo e l’Espressionismo. Artisti come Claude Monet e Vincent van Gogh cercarono di catturare la percezione del colore, non più solo come rappresentazione della realtà, ma come esperienza emotiva.

Monet, per esempio, usava il colore per suggerire cambiamenti atmosferici e percezioni sensoriali, in un modo che sfidava la pittura tradizionale. Le sue tele erano dominate da tonalità di blu, rosa e giallo, creando effetti di luce che sembravano fluttuare. D’altra parte, Van Gogh usava colori vividi, come il giallo e il blu, per esprimere emozioni intense, come nella sua celebre opera Notte stellata.

La teoria dei colori formulata da Johannes Itten alla Bauhaus, una scuola di arte e design, fu determinante per la comprensione moderna del colore nell’arte. Itten stabilì le nozioni di colori primari e secondari, e la sua idea di armonia cromatica influenzò artisti come Wassily Kandinsky, che utilizzava il colore come un linguaggio visivo astratto. Per Kandinsky, ogni colore evocava un’emozione specifica: il giallo era visto come un colore che stimola e provoca ansia, mentre il blu trasmetteva serenità e calma.

Il colore nell’arte contemporanea

Oggi, il colore è utilizzato in modo ancora più libero e sperimentale nell’arte contemporanea. Artisti come Mark Rothko e Joseph Albers hanno esplorato il colore come mezzo per comunicare sensazioni e stati d’animo profondi. Le opere di Rothko, in particolare, sono caratterizzate da ampie superfici di colore puro che invitano l’osservatore a un’esperienza emotiva diretta.

Anche nel design contemporaneo, il colore è cruciale. I designer utilizzano la psicologia del colore per evocare risposte emotive specifiche e guidare l’esperienza visiva dell’utente.

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L’uso del colore nell’arte è evoluto in modo significativo nel corso dei secoli. Da uno strumento per rappresentare la realtà e il simbolismo, a un mezzo per evocare emozioni e pensieri astratti, il colore ha sempre avuto un ruolo centrale nell’espressione artistica. Le teorie cromatiche sviluppate nel corso della storia continuano a influenzare il modo in cui gli artisti e i designer utilizzano il colore oggi, facendo sì che ogni scelta cromatica porti con sé un significato profondo e universale.

Il colore non è semplicemente una proprietà fisica degli oggetti, ma un fenomeno complesso che nasce dall’interazione tra la luce, l’oggetto che riflette o assorbe la luce e la percezione visiva dell’occhio umano. La scienza del colore è un campo che esplora come vediamo e interpretiamo i colori, le loro proprietà fisiche e come il nostro cervello li elabora. In questo articolo, esploreremo i fondamenti scientifici del colore, dalla teoria della luce alla percezione visiva.

La luce e la teoria del colore

Alla base della percezione del colore c’è la luce. La luce bianca, che percepiamo come una miscela di tutte le lunghezze d’onda dello spettro elettromagnetico visibile, può essere separata in una gamma di colori attraverso un prisma. Questo fenomeno fu studiato da Isaac Newton, che nel 1666 dimostrò che la luce bianca è composta da una serie di colori, visibili quando la luce passa attraverso un prisma. Questi colori corrispondono a lunghezze d’onda specifiche della luce, che vanno dal rosso (lunghezza d’onda più lunga) al violetto (lunghezza d’onda più corta).

Secondo la teoria di Newton, i colori primari che costituiscono lo spettro sono rosso, verde e blu, che combinati in varie proporzioni possono produrre una vasta gamma di colori. Questo principio alla base della sintesi additiva è essenziale per la produzione dei colori sui display elettronici, come quelli dei televisori o degli schermi dei computer.

La percezione del colore nell’occhio umano

Quando la luce colpisce un oggetto, esso assorbe alcune lunghezze d’onda e ne riflette altre, che arrivano ai nostri occhi. La percezione del colore è quindi il risultato di come la luce riflessa viene interpretata dal nostro sistema visivo. Gli esseri umani possiedono tre tipi di coni, cellule sensoriali specializzate nell’elaborazione della luce, ognuna sensibile a un range di lunghezze d’onda specifiche:

• Coni sensibili al rosso (L-coni)

• Coni sensibili al verde (M-coni)

• Coni sensibili al blu (S-coni)

Questi tre tipi di coni permettono la visione tricromatica, che è alla base della nostra capacità di percepire una vasta gamma di colori. L’informazione proveniente da questi coni viene inviata al cervello, che interpreta le differenze nelle lunghezze d’onda come colori diversi.

La teoria dei colori: sintesi additiva e sottrattiva

La sintesi additiva riguarda la creazione di nuovi colori unendo diverse lunghezze d’onda di luce. È il processo utilizzato nei display elettronici e nelle luci a LED. I tre colori primari della sintesi additiva sono rosso, verde e blu (RGB). Quando questi colori vengono combinati in diverse proporzioni, si ottengono altri colori, come il bianco quando tutti e tre i colori primari sono mescolati in eguale misura.

Al contrario, la sintesi sottrattiva riguarda il mescolare pigmenti o coloranti, come nel caso delle pitture. In questo caso, i colori primari sono ciano, magenta e giallo (CMY). Quando i pigmenti vengono mescolati, assorbono (o sottraggono) diverse lunghezze d’onda della luce, producendo vari colori. La sintesi sottrattiva viene utilizzata nella stampa a colori, dove si combinano ciano, magenta e giallo per creare altri colori, mentre l’aggiunta del nero (CMYK) consente di ottenere tonalità più scure.

Il colore nel mondo naturale: pigmenti e riflessione della luce

Nel mondo naturale, i colori che vediamo sugli oggetti sono dovuti a come i materiali riflettono, rifrangono e assorbono la luce. Ad esempio, le piante sono verdi perché la clorofilla, il pigmento principale nella fotosintesi, assorbe la luce rossa e blu, riflettendo la luce verde. Il cielo appare blu per un fenomeno chiamato scattering Rayleigh: quando la luce solare interagisce con le molecole nell’atmosfera, la luce blu viene diffusa più di quella rossa, dando al cielo il suo colore caratteristico.

Colore e visione dei colori: dal daltonismo alla tetrachromia

La percezione del colore non è universale tra gli esseri umani. Una delle condizioni più conosciute è il daltonismo, un difetto visivo che rende difficile distinguere tra alcuni colori, in particolare il rosso e il verde. Il daltonismo è dovuto a una mutazione genetica che impedisce il corretto funzionamento di uno o più dei coni nell’occhio. Si stima che circa il 8% degli uomini e l’1% delle donne soffrano di questa condizione.

Al contrario, alcune persone hanno una condizione chiamata tetrachromia, che consente di percepire un quarto colore. Questa condizione è rara e avviene quando una persona ha quattro tipi di coni sensoriali invece dei consueti tre. Le tetraplogie sono in grado di distinguere sfumature di colore che sono impercettibili per la maggior parte degli altri esseri umani.

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La scienza del colore è un campo affascinante che abbraccia la fisica della luce, la biologia della percezione visiva e le leggi della sintesi dei colori. La comprensione dei meccanismi alla base del colore ci consente di apprezzare meglio la sua importanza in tutte le sfere della vita, dall’arte alla tecnologia, fino alle applicazioni quotidiane come il design e la pubblicità. La percezione del colore è, infatti, un processo complesso e ancora in evoluzione, che continua a stupirci ogni giorno.

Ivan Fedele, è attore (tra i protagonisti del programma televisivo “Made in Sud nel duo “Ivan e Cristiano”), autore, docente e formatore teatrale. In televisione ha lavorato, oltre a “Made in Sud” (Rai2), “Domenica in” (Rai1), “Fatti Unici” (Rai2), “Serata Felicità” (Sky1), ed altri programmi.

Al cinema ha partecipato ai film “Colpi di fortuna”, “Tramite amicizia”, “Succede anche nelle migliori famiglie” e “Benvenuti in casa Esposito”. È in radio con “Il Fattappost” e “Disconnesso”. A teatro con “Troppo Napoletano” e “Sala d’attesa”. 

 Ha pubblicato i romanzi “Non avrai altro dio all’infuori di Claudio”, “Mal comune e in mezzo Claudio” e “A tutto Claudio” con la Homo Scrivens, ha partecipato ai saggi musicali “Trent’anni di Oltre” e “Cinquant’anni di Questo piccolo grande amore” editi dalla Santelli. Autore del volume di didattica “Giochiamo al teatro” pubblicato dalla Editrice Mea con la quale ha pubblicato anche la fiaba per bambini “Pallina, la farfalla blu che non sorrideva” dedicata al l’autismo. Per la Readaction ha pubblicato “Le canzoni di Claudio Baglioni spiegate a mia figlia” a lungo primo nelle classifiche dei digital store e ora questo “Per cento e mille strade” che celebra il quarantennale dell’album “La vita è adesso” di Claudio Baglioni.

Ivan, il tuo percorso artistico e culturale è estremamente variegato. Sei attore, scrittore e formatore teatrale. Da dove nasce e come ti spieghi questa tua versatilità e ricerca?

A volte, scherzando ma non troppo, dico che faccio tanti lavori (l’attore, l’autore, lo speaker, il docente, il formatore teatrale, lo scrittore) solo perché a Napoli, la città dove vivo, con un solo lavoro non si campa! In realtà non c’è un vero motivo, se non una curiositas sempre viva. Una voglia di conoscere, di capire, di sapere che mi porta a esplorare vari campi alla ricerca di qualcosa che mi assomigli o che possa assomigliare a una sfumatura della mia anima. 

Il teatro è stato il tuo punto di partenza, la tua prima suggestione. Cosa rappresentano per te i profumi e i sapori del palcoscenico?

Il teatro è il più bel gioco del mondo. È il gioco ancestrale. È il “facciamo finta che io ero” con cui giochiamo da bambini. Il teatro è quindi il grande gioco in cui si può restare bambini. E poi è un luogo magico: lo studio del copione, le prove, l’emozione del debutto, un’opera che cresce replica dopo replica sperimentandosi insieme al pubblico. Il teatro è davvero una delle forme artistiche più soddisfacenti. E vive in qualsiasi luogo si attui: un palcoscenico, la strada, una casa… ed è come un rito. Una volta io e Cristiano Di Maio eravamo in cartellone in un teatro con una nostra opera intitolata “Sala d’attesa”. Una sera vennero a vederci solo due spettatori: una coppia belga. Eravamo imbarazzatissimi, ma il rito non poteva non attuarsi. E così quella sera recitammo solo per quelle due persone. Ricordo che i saluti finali li facemmo scendendo in platea per ringraziarli con un bacio. Però poi, inavvertitamente, ci mandarono tutti i belgi appartenenti al loro gruppo (frequentavano una scuola italiana per belgi). Ed erano tantissimi. Mi sono sempre chiesto che cavolo abbiano capito di quella nostra commedia. 

Come è avvenuto e quali effetti ha portato nella tua vita il passaggio alla televisione? 

Il passaggio alla tv è arrivato in maniera naturale. Qualcosina io e Cristiano già l’avevamo fatta, come qualcosa su delle emittenti regionali e sul nazionale qualche puntata di “Domenica in”. Poi nel 2006-07 iniziammo a partecipare al laboratorio comico del Teatro Tam di Napoli. Il laboratorio si chiamava “Sipariando” ed era diretto da Nando Mormone. Attraverso quel laboratorio, che andava in scena ogni domenica, si formò una nuova generazione di comici che fu protagonista del programma televisivo “Made in Sud”, dapprima in onda sul canale regionale Tele Napoli Canale 34, poi sul canale Comedy Central di Sky e infine dal 2012 su RAIDUE, prima in seconda serata e poi, in diretta, in prima serata per un bel po’ di anni. Un successone grande che ci portò a girare l’Italia in tournée con gli spettacoli live.

Hai scritto diversi libri, tra cui alcuni dedicati a Claudio Baglioni, di cui parleremo nel dettaglio più avanti. In questi lavori emerge un legame molto forte tra la musica e la narrazione. Qual è stato il motivo che ti ha spinto a scrivere di questo grande cantautore? È stato un impulso emotivo, una scelta più ragionata, una necessità?

Si inizia sempre parlando di ciò che si conosce bene. Avevo giù scritto due dei tre romanzi e avevo già partecipato alla scrittura dei libri su “Oltre” e su “Questo piccolo grande amore”. Un giorno mi contattò Michele Caccamo, poeta ed editore. Mi disse di aver letto alcune mie cose su Baglioni e di esserne rimasto colpito. Mi invitava ad analizzare le sue canzoni e a pubblicare con lui un libro. La proposta era estremamente stuzzicante, anche se non semplice. Mi rimboccai le mani e presi a scrivere questo volume analizzando e raccontando tutti i testi del cantautore romano dal 1967 a oggi. Il titolo è “Le canzoni di Claudio Baglioni spiegate a mia figlia” per due motivi. Il primo è che mi ero dato come compito di raccontarle in maniera semplice, quasi come se le stessi spiegando a un bambino. E poi perché mia figlia è nata il 16 maggio, proprio nel giorno del compleanno di Claudio Baglioni. E io e mia moglie ci conoscemmo proprio facendo la fila per comprare i biglietti per il concerto di Claudio. Quindi una sorta di fil rouge che attraversa le nostre vite e lega musica, narrazione, biografia. Per il quarantennale del disco “La vita è adesso”, Michele mi chiese di scrivere qualcosa. Nacque l’idea di “Per cento e mille strade” che inizialmente doveva contenere solo un mio racconto sul 1985, l’analisi dei brani, un’intervista a Celso Valli, produttore e arrangiatore del disco e la rassegna stampa dell’epoca. Poi Andrea Aloisi, un violinista, mi chiese di mettere il suo scritto nel libro. La stessa cosa fece Gerlando Fabio Sorrentino col suo saggio. Da qui divenne una sorta di festa con tanti amici a parteciparvi.

Nella trilogia “Non avrai altro Dio all’infuori di Claudio”, “Mal comune e in mezzo Claudio” e “A tutto Claudio”, scritti con tua moglie Rosa Alvino, la musica di Baglioni diventa quasi un filo conduttore nelle vite dei protagonisti. Quanto di autobiografico c’è in questa storia? Hai attinto a esperienze personali o hai costruito il racconto basandoti sulle testimonianze dei fan? 

I volumi sono stati pubblicati dalla Homo Scrivens di Aldo Putignano, un galantuomo che ringrazio sempre, perché è stato il primo a credere in me, il primo a pubblicare un mio libro. Sono tre romanzi romantici, ma molto ironici.

I protagonisti sono Sara, donna pragmatica e razionale, e Luca, sfegatato fan di Claudio Baglioni che vive di dischi, concerti, viaggi al seguito del suo idolo e compagnie esclusivamente baglioniane. Luca e Sara sono due opposti e le loro dinamiche scateneranno situazioni esilaranti. E sì, sono romanzi autobiografici. C’è tantissimo della nostra storia d’amore e anche di tutti i nostri amici baglioniani. Anche se è molto romanzato restano “atti privati in luogo pubblico”. È tutto vero. Anche i personaggi. Ad esempio Paolone, un personaggio dei romanzi, ha un nome e un cognome nella realtà: Giuseppe Hasson. 

Il tuo libro “Le canzoni di Claudio Baglioni spiegate a mia figlia” analizza i testi delle sue canzoni dal 1967 a oggi. Cosa hai scoperto, rileggendoli in profondità? C’è qualche brano che ha rivelato un significato nuovo, magari inaspettato, rispetto a quello che avevi percepito ascoltandolo negli anni?

E’ uno studio che ho iniziato dagli anni ’90 sul news group it.fan.musica.baglioni. Lì provavamo ad analizzare e studiare, con criteri oggettivi, i testi di Claudio Baglioni. Il che vuol dire non esprimere un concetto soggettivo (“Questa frase mi dà la sensazione…”), ma cercare di ricostruire attraverso le fonti (libri, interviste, frasi dette ai concerti) il significato oggettivo di un testo. E per alcuni testi, soprattutto quelli della cosiddetta trilogia, ovvero gli album usciti negli anni ’90, non è stato affatto facile. Per scrivere il libro ho approfondito tante cose. Mi ha raccontato, ad esempio, Pasquale Minieri (il braccio destro di Claudio nella preparazione del disco) di come la parte musicale di “Stelle di stelle” fu registrata completamente al buio affinché i tre musicisti, non avendo punti di riferimento visivi, esprimessero un sound più abbozzato e meno definito. Oppure che la parte musicale di “Mille giorni di te e di me” nacque nel 1978 come mi ha raccontato Walter Savelli, storico tastierista di Baglioni. O, ancora, che il finale de “Le donne sono” è ispirato a un vecchio film con Nino Manfredi. Ho avuto la fortuna di poter raccontare di questo libro in un convegno a Palmi (CS), proprio insieme a Claudio Baglioni. Un’esperienza indimenticabile.

“Per cento e mille strade”, invece, come esprime il sottotitolo del libro, racconta la straordinaria storia de “La vita è adesso”, ed è uscito lo scorso 13 marzo. È uno dei dischi di Baglioni che maggiormente evoca e racconta immagini e storie. Raccontaci di questo viaggio… 

Poter mettere il naso nel dietro le quinte di un capolavoro come “La vita è adesso” è stato il più grande regalo che Michele Caccamo e la sua Readaction potessero farmi. Un lavoro pazzesco che ha fatto la storia. E’ stato incredibile venire a conoscenza che “Uomini persi” aveva ritornello e strofa invertite, che inizialmente “E adesso la pubblicità” aveva un “vestito” rock, che Baglioni incideva anche da steso e che “La vita è adesso” stava per avere un altro inciso fino a poche ore prima della registrazione. Mi chiedi di raccontarti di questo viaggio. Ebbene per me è stato un viaggio nel tempo, come se fossi tornato per alcune settimane nel 1985. 

Ma il tuo lavoro di scrittore non si ferma alla musica. Hai pubblicato anche “Giochiamo al teatro”. Cosa ti ha spinto a scriverlo?

Dal 1999 lavoro come formatore teatrale. In questo volume (edito dalle Edizioni MEA di Antonio Esposito, Gertrude Vollaro, Franco Simeri e Tonino Scala) ho voluto raccogliere il mio metodo. Nel libro c’è tutto il necessario per approntare un laboratorio teatrale “fai da te” per Infanzia e Primaria. Ci sono giochi, esercizi, metodi e perfino tre copioni teatrali. Ho portato i miei laboratori teatrali in centinaia di scuole. Adesso riesco a farlo un po’ di meno, ma ho sempre i miei corsi di teatro a Napoli. Sempre col mio metodo “Giochiamo al teatro”. La stessa MEA, sempre attenta al sociale, ha pubblicato anche “Pallina, la farfalla blu che non sorrideva”, una mia favola per bambini che ha per tema l’autismo. 

Oltre al teatro, alla televisione e alla scrittura, ti occupi anche di progetti innovativi, come la rubrica “DISCOnnessi” su SocialTalkWeb. Ci racconti di questa esperienza?

“Disconnessi” è un mio format che si concreta nel parlare di un disco in ogni puntata. E’ un talk dove si racconta un album musicale. Sperimentato sul Web, nelle radio, dal vico. Ci sono state puntate su “Persone silenziose” di Luca Carboni, “Strada facendo” di Claudio Baglioni, “Parsifal” dei Pooh, “Liberi liberi” di Vasco Rossi. E poi Zucchero, Franco Battiato, Pino Daniele, Samuele Bersani, Carmen Consoli, Niccolò Fabi, Francesco Guccini, Lucio Dalla, ecc. Conversando con amici, addetti ai lavori o addirittura con chi, in quei dischi, ci aveva suonato.

Guardando al futuro, c’è un progetto artistico che sogni di realizzare?

Mi piacerebbe poter scrivere sempre più, occuparmi sempre più di musica. Il sogno sarebbe poter fare lunghe interviste ai cantanti la cui musica amo. Ma capisco che è un sogno grosso e difficilmente realizzabile. Sono stato folgorato dai libri intervista (le famose “Conversazioni con…”) del grande, inarrivabile e compianto Massimo Cotto.

Cosa significa per te essere un “artista” oggi?

Poter creare cose che assomiglino alla propria anima.

Per concludere, il tema di questo numero è dedicato ai colori, cercando di cogliere almeno alcune delle infinite sfumature e percezioni. Cosa rappresentano per te? 

I colori sono la vita nelle sue varie sfumature. Oggi vengono usati anche per contraddistinguere e differenziare l’emozioni. Il mio colore preferito è il blu. Quando ero bambino era il verde. Mi danno serenità il rosa e l’azzurro. Temo un po’ il rosso. Non so perché. Ad ogni modo sogno una vita sempre a colori. E non, come canta Baglioni in una sua canzone, “Storie in bianco e nero dove abbiamo solo un ruolo fisso da comparsa”.

Il colore è uno degli strumenti più potenti del cinema, in grado di trasmettere emozioni, significati nascosti e messaggi subliminali. Alcuni film ne fanno un uso particolarmente marcato, sia nella palette visiva che nella trama stessa.

Ecco dieci pellicole nelle quali il colore gioca un ruolo fondamentale.

1. Rosso come il cielo (2006)

Questo film italiano di Cristiano Bortone racconta la storia di Mirco, un bambino che perde la vista e scopre un nuovo modo di percepire il mondo attraverso i suoni. Il rosso, nel titolo e nella simbologia del film, rappresenta la passione, la creatività e il desiderio di superare i limiti imposti dalla vita.

2. Tre colori: Blu, Bianco, Rosso (1993-1994)

La trilogia di Krzysztof Kieślowski è interamente costruita attorno ai colori della bandiera francese, ognuno dei quali simboleggia un ideale rivoluzionario:

  • Blu per la libertà e la solitudine (“Tre colori: Blu”).
  • Bianco per l’uguaglianza e il fallimento (“Tre colori: Bianco”).
  • Rosso per la fraternità e il destino (“Tre colori: Rosso”).

3. Il colore viola (1985)

Steven Spielberg adatta il romanzo di Alice Walker, raccontando la difficile esistenza di una donna afroamericana nei primi decenni del ‘900. Il viola è un simbolo di dolore, resistenza e speranza, un colore che accompagna la protagonista nel suo viaggio verso l’emancipazione.

4. Her (2013)

Il film di Spike Jonze utilizza una dominante cromatica calda, con il rosso e l’arancione che avvolgono il protagonista in un’atmosfera malinconica e intima. Il colore non è solo un dettaglio estetico, ma un mezzo per esprimere il senso di solitudine e connessione della storia d’amore tra un uomo e un’intelligenza artificiale.

5. The Neon Demon (2016)

Diretto da Nicolas Winding Refn, questo film fa un uso intenso dei colori, specialmente il neon e il rosso sangue, per raccontare il mondo ossessivo e spietato della moda. I colori vibranti diventano una metafora dell’illusione, del pericolo e della decadenza.

6. Il favoloso mondo di Amélie (2001)

Jean-Pierre Jeunet utilizza una palette cromatica dominata da verdi, rossi e gialli saturi, creando un’atmosfera fiabesca e nostalgica. I colori riflettono la visione ottimista e sognante della protagonista, rendendo il film un’esperienza visiva unica.

7. Sin City (2005)

Basato sulla graphic novel di Frank Miller, “Sin City” adotta un’estetica noir in bianco e nero, interrotta da dettagli di colore che enfatizzano elementi chiave della storia, come il rosso del rossetto o il giallo della pelle di un personaggio. Questo contrasto visivo esalta il tono dark e iper-stilizzato del film.

8. Joker (2019)

Il colore accompagna l’evoluzione del personaggio di Arthur Fleck. La palette iniziale è desaturata e cupa, riflettendo la sua condizione di emarginato. Man mano che abbraccia la sua nuova identità di Joker, i colori diventano più accesi, con verdi e rossi vibranti che segnano la sua trasformazione definitiva.

9. The Grand Budapest Hotel (2014)

Wes Anderson è noto per il suo uso distintivo del colore, e “The Grand Budapest Hotel” ne è un esempio straordinario. Con palette pastello e accostamenti cromatici armoniosi, il film utilizza il colore per rafforzare il tono surreale e nostalgico della narrazione.

10. Enter the Void (2009)

Gaspar Noé utilizza una palette di colori psichedelici per immergere lo spettatore in un viaggio allucinatorio. Il neon, il viola, il rosso e il giallo pulsante diventano strumenti visivi che riflettono la mente alterata del protagonista e l’atmosfera surreale del film.

Il colore non è solo un fenomeno fisico o psicologico, ma ha anche un’importante valenza culturale. Ogni società, civiltà e religione attribuisce significati diversi ai colori, utilizzandoli per esprimere valori, emozioni e tradizioni. Il colore può essere visto come un linguaggio visivo universale, ma i suoi significati possono variare notevolmente da una cultura all’altra. In questo articolo esploreremo come il colore venga percepito e utilizzato in differenti contesti culturali, storici e religiosi.

Il simbolismo del colore nelle diverse culture

Il rosso

Il rosso è uno dei colori più potenti in molte culture. In Occidente, è spesso associato all’amore, alla passione, ma anche al pericolo e alla violenza. Nella cultura cinese, invece, il rosso è simbolo di felicità, prosperità e buona fortuna. Per questo motivo, il rosso è un colore dominante durante il Capodanno cinese e in altre celebrazioni tradizionali. Nel mondo islamico, il rosso è spesso legato all’idea di sacralità e forza.

Il blu

Il blu, in molte culture occidentali, è considerato il colore della tranquillità, della serenità e dell’armonia. Tuttavia, nella cultura indiana, il blu è associato al dio Krishna ed è simbolo di divinità e potere. In Giappone, il blu rappresenta la natura e il cielo, e viene utilizzato anche per evocare una sensazione di pace e distensione. In contrasto, nel Medio Oriente, il blu può essere visto come un colore di protezione e viene spesso utilizzato per allontanare gli spiriti maligni.

Il giallo

Il giallo ha diverse connotazioni a seconda della cultura. In molti paesi occidentali, è visto come un colore di ottimismo, energia e gioia. Tuttavia, in alcune culture asiatiche, il giallo è un colore associato alla saggezza e alla ricchezza. In India, il giallo è il colore di Vishnu, una delle principali divinità induiste. In alcuni contesti europei, il giallo è anche legato al tradimento e all’inganno, come nel caso delle stelle gialle indossate dagli ebrei durante l’occupazione nazista.

Il verde

Il verde è il colore della natura e della rinascita. È associato alla vita e alla fertilità in molte culture del mondo. Nella cultura islamica, il verde è particolarmente sacro ed è spesso usato nei luoghi di culto. In alcune culture occidentali, il verde è il simbolo della speranza, ma può anche essere legato all’invidia o alla gelosia (come nel detto “essere verdi di rabbia”). In altre tradizioni, come quella celtica, il verde rappresenta il legame con la terra e la magia.

Il bianco

In molte culture occidentali, il bianco è simbolo di purezza, innocenza e novità. È il colore tradizionale dei matrimoni in molte società occidentali, ma ha anche una forte associazione con il lutto in molte culture orientali, come in Cina e in Giappone, dove il bianco è il colore della morte e della sepoltura. Nella cultura cristiana, il bianco rappresenta la luce divina e la purezza dell’anima, ma in molte religioni africane e in alcune tradizioni asiatiche, il bianco è considerato un colore di sospetto o disgrazia.

Il nero

Il nero è tradizionalmente legato al lutto e alla morte, ma anche all’eleganza e al potere in molte culture. In Occidente, il nero è il colore dei funerali, ma è anche simbolo di raffinatezza nella moda, come nel caso dei classici “piccoli abiti neri” creati da Coco Chanel. Nella cultura africana, il nero è un colore che rappresenta la terra madre, l’origine della vita e la forza spirituale. Nella cultura giapponese, invece, il nero è legato alla nobiltà e all’onore.

I colori nelle religioni e nelle tradizioni spirituali

In molte religioni, il colore gioca un ruolo fondamentale nei rituali, nei vestiti liturgici e nelle opere d’arte. Ad esempio, nel cristianesimo, il porpora è il colore associato alla penitenza e alla preghiera durante la Quaresima, mentre il bianco è usato per celebrare la Pasqua e altre festività cristiane.

Nel Buddhismo, il colore arancione è sacro, simbolizzando la illuminazione e la rinuncia. I monaci buddisti indossano abiti arancioni per rappresentare la loro dedizione al cammino spirituale. In Hinduismo, il safran è un colore di grande valore spirituale e viene utilizzato per rappresentare la purezza e la devozione.

Il colore nel design e nella moda culturale

Nel design moderno, i colori vengono scelti con cura per evocare determinati messaggi e per rispecchiare le tradizioni culturali. Ad esempio, il rosso è spesso usato nel design cinese per evocare prosperità, mentre il blu in contesti europei ed americani è simbolo di fiducia e serietà. La moda, poi, è strettamente legata alla cultura e ai colori che vengono scelti per rappresentare particolari identità sociali o etniche.

In molte culture africane, i colori e i motivi delle stoffe hanno un significato profondo. I colori delle stoffe Kente, ad esempio, variano a seconda della tribù e della storia personale di chi le indossa, mentre in India il sari è tradizionalmente indossato in vari colori che segnalano il periodo della vita della donna (ad esempio, il rosso per il matrimonio, il bianco per il lutto).

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Il colore è un linguaggio visivo universale che, però, assume significati unici e variegati a seconda del contesto culturale. Dai simbolismi religiosi alle tradizioni popolari, passando per il design e la moda, il colore è un potente strumento per comunicare valori, emozioni e identità culturale. È fondamentale comprendere il significato dei colori in differenti contesti per apprezzare appieno la loro profondità e la loro bellezza nelle diverse tradizioni e culture.

L’universo è davvero così nero come sembra? O forse è il Christian Grey del colore, e noi siamo troppo timidi per vedere le sue mille sfumature? In effetti, l’universo è una sorta di “trip cosmico” di colori, ma purtroppo i nostri occhi non sono equipaggiati per percepirne tutta la magnificenza.

Ma niente paura, come in una storia d’amore complicata, ci pensano gli astronomi a rivelarci ciò che non vediamo con i loro telescopi superpotenti. Pensiamo alla luce come onde che viaggiano nello spazio. A seconda della lunghezza di queste onde, vediamo diversi tipi di luce. Il nostro occhio è limitato allo spettro visibile, cioè a quella piccola fetta di luce che va dal viola al rosso. Ma ci sono lunghezze d’onda più corte (raggi X, ultravioletto) e più lunghe (infrarossi, onde radio) che possiamo solo “intendere”, ma non percepire.

Ecco dove entrano in gioco i telescopi, che possiamo considerare come occhi super-dotati. Questi strumenti riescono a vedere qualcosa che noi non possiamo, come nebulose, stelle in formazione, buchi neri e galassie lontane. Ma attenzione: quando guardiamo le immagini che ci arrivano dallo spazio, non stiamo vedendo “fotografie” reali. La prima impressione che otteniamo è sempre in bianco e nero, e sono gli astronomi che, con un po’ di “magia” tecnologica, assegnano colori alle lunghezze d’onda che i nostri occhi non possono catturare. E sì, quelle immagini spettacolari che vediamo sono spesso “falsi colori”, creati per renderci visibili le sfumature di radiazione non percepibili.

Ma, attenzione, non tutti i colori che vediamo sono inventati. Alcuni sono reali, o quasi. Quando osserviamo un corpo celeste che emette radiazioni che possiamo vedere, come una stella che brilla nel nostro spettro, vediamo colori “veri”, o almeno che rispecchiano abbastanza da vicino ciò che sarebbe percepibile. Ma se il corpo celeste emette radiazioni in una parte dello spettro che non vediamo (come i raggi X o gli infrarossi), allora entrano in scena i “colori falsi”. E qui la cosa si fa interessante.

Il colore non è solo estetica. Ogni colore ci racconta una storia. Marte è rosso perché la sua superficie è piena di ossidi, mentre le stelle blu sono giovani e quelle rosse più vecchie. Un corpo che si avvicina a noi potrebbe apparire più “azzurro”, mentre uno che si allontana si farà più “rosso”. E quando vediamo una nebulosa, i colori sono come le etichette di una mappa spaziale: l’idrogeno brilla di rosso, l’ossigeno si tinge di blu e lo zolfo… beh, lo zolfo è verde, perché… perché sì, l’universo ha senso dell’umorismo, e l’alternativo non è mai fuori posto.

I buchi neri, quelli misteriosi e affascinanti, vengono rappresentati in una palette di arancioni e gialli. Ma non lasciatevi ingannare: i buchi neri non sono colorati come un tramonto, ma queste “sfumature” ci parlano della radiazione che emettono, di come la materia si comporta intorno ad essi.

Quindi sì, che siano colori reali o creati artificialmente, l’universo è un’opera d’arte in continua evoluzione. È un grande
party cosmico, dove ci sono luci naturali (stelle e pianeti) e altre che gli astronomi “accendono” per farci vedere quei dettagli che altrimenti ci sfuggirebbero (come nebulose, buchi neri e galassie lontane).

In conclusione, gli astronomi non inventano i colori, li traducono per noi. Perché, alla fine, la domanda è: chi è il vero Christian Grey dell’universo? Gli astri o chi ci aiuta a vederli in tutta la loro, meravigliosa, complessità? Ma, come in tutte le storie complicate, la risposta è… dipende dai gusti. Preferite l’intrigo del genio creativo o l’abilità di chi riesce a fare
brillare ogni dettaglio?

Tra espiazione dei peccati e avvicinamento all’ignoto

Quest’anno il periodo della Quaresima cristiana coincide con il Ramadan, nono mese del calendario lunare dell’Islam, in cui i credenti digiunano dall’alba al tramonto. Quello del digiuno è un rituale che accomuna culture e religioni molto differenti, fin dalla notte dei tempi. Si digiunava nell’antica Grecia prima di consultare gli oracoli, si astengono dal cibo i monaci buddisti per la meditazione e anche le tre grandi religioni monoteiste – Ebraismo, Cristianesimo e Islam – largamente diffuse nel Mediterraneo, prevedono periodi di digiuno. La privazione volontaria del cibo, secondo le tre religioni monoteiste nate in quello che oggi chiamiamo Medio Oriente, rappresenta uno strumento per i fedeli per coltivare la loro spiritualità, e si affianca talvolta ad altre limitazioni e privazioni per una purificazione non solo fisica, ma anche mentale. Una comunanza di rituali religiosi ma anche culturali dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum che testimonia un sostrato comune, talvolta dimenticato o non utile all’agenda degli estremismi. 

Nella tradizione cristiana, il digiuno inizia all’indomani del Carnevale e dura 40 giorni, fino alla Pasqua. I 40 giorni della Quaresima ricordano le settimane trascorse da Gesù nel deserto, senza cibo e né acqua, per resistere alle tentazioni del demonio. Si tratta di un periodo di ascesi e di ricerca di Dio, durante il quale il credente sceglie se privarsi di cibo o compiere fioretti e buone azioni. Durante la Quaresima, i cristiani non mangiano la carne il venerdì e digiunano il mercoledì delle Ceneri, ovvero il giorno dopo Carnevale, e il venerdì santo, due giorni prima di Pasqua.

Nell’Ebraismo, il digiuno (ta’anit) ha una valenza penitenziale ed espiatoria. Il giorno per eccellenza del digiuno per gli ebrei è lo Yom Kippur (Giorno dell’espiazione), in cui si espiano i peccati commessi durante l’anno. Lo Yom Kippur cade dieci giorni dopo il Capodanno (Rosh Ha-shanah), normalmente tra settembre e ottobre del calendario gregoriano. I credenti digiunano dal tramonto al calar del sole del giorno seguente, durante il quale non assumono cibo e bevande, acqua inclusa, non hanno rapporti sessuali e seguono le restrizioni abituali dello Shabbat (il giorno di festa che cade dal tramonto del venerdì fino al tramonto del sabato).

Nell’Islam, il digiuno (sawm) coincide con il nono mese lunare del calendario, Ramadan, e rappresenta il periodo in cui, secondo il Corano, il profeta Maometto avrebbe ricevuto la rivelazione del testo sacro da Allah tramite l’arcangelo Gabriele. Il digiuno è uno dei cinque pilastri dell’Islam, ovvero precetti obbligatori per un buon musulmano. Durante il Ramadan, i credenti adulti e in salute digiunano dall’alba al tramonto per tutto il mese. Sono previste esenzioni, in caso di malattia o impossibilità, ma con obbligo di recupero appena si torni in condizioni di normalità. Durante il digiugno non si possono assumere cibi né bevande di alcun genere, sono proibiti anche rapporti sessuali e fumo. Nell’Islam non vi sono propositi espiatori o di pentimento, ma di autocontrollo su desideri fisici ed emozioni.

I colori, con la loro potente simbologia, svolgono un ruolo fondamentale nelle tradizioni religiose e culturali di tutto il mondo. Ogni religione e cultura attribuisce significati profondi a determinati colori, che spesso sono legati a valori spirituali, credenze e pratiche rituali. L’uso dei colori non solo aiuta a creare un’atmosfera sacra, ma serve anche come strumento per comunicare concetti astratti come la divinità, la moralità, la purificazione e la protezione. In questo articolo esploreremo come i colori vengono interpretati nelle religioni principali del mondo e come sono stati utilizzati nei riti e nelle tradizioni.

Il significato dei colori nel Cristianesimo

Nel Cristianesimo, i colori svolgono un ruolo simbolico profondo, soprattutto nelle liturgie, nell’arte sacra e nei vestiti liturgici. Ogni colore ha un significato specifico, legato a particolari periodi dell’anno liturgico e a eventi religiosi significativi.

Bianco

Il bianco è il colore della purezza e della luce divina. È utilizzato nelle celebrazioni liturgiche più gioiose, come il Natale, la Pasqua e i matrimoni. Il bianco rappresenta la risurrezione, la gloria e la gioia.

Rosso

Il rosso è il colore del sangue, simbolo di sacrificio e passione. Viene utilizzato durante Pentecoste, la Settimana Santa e nelle celebrazioni dei martiri. Esso simboleggia anche la forza spirituale e l’amore divino.

Verde

Il verde è il colore della speranza, della vita eterna e della rinascita spirituale. È il colore della crescita e viene usato durante il periodo ordinario dell’anno liturgico, simboleggiando la crescita e la fede quotidiana.

Viola

Il viola è simbolo di penitenza, preghiera e umiltà. Viene utilizzato durante il periodo di Avvento e la Quaresima, rappresentando il tempo di preparazione spirituale e riflessione prima delle festività principali.

Giallo

Il giallo, come simbolo di luce, è associato al sole e alla gloria di Dio. Sebbene non venga usato frequentemente nelle liturgie, è comunque presente in molte rappresentazioni artistiche, come nell’iconografia dei santi.

Il significato dei colori nell’Induismo

Nell’Induismo, il colore ha un’importanza profonda, essendo legato alla spiritualità e alle divinità. Ogni colore è spesso associato a uno degli dei principali, a uno stato di coscienza o a uno stadio del ciclo karmico.

Arancione

Il colore arancione è strettamente legato alla divinità e alla spiritualità, ed è il colore tradizionale dei sacerdoti e dei monaci. È associato al dio Vishnu, alla conoscenza e alla realizzazione spirituale. Inoltre, l’arancione è un colore che simboleggia la saggezza e la rinuncia.

Rosso

Il rosso è il colore della fertilità, della passione e della prosperità. In molte cerimonie religiose, specialmente nei matrimoni, il rosso rappresenta la vita e la procreazione. È anche un colore sacro che simboleggia la protezione e viene spesso usato nei rituali di benedizione.

Bianco

Il bianco rappresenta la purezza, la pace e la trasparenza. In alcune pratiche religiose, il bianco è indossato durante i riti di purificazione e nei momenti di meditazione per rappresentare la purezza del cuore e della mente.

Verde

Il verde è simbolo di vita e fertilità. È associato al dio Krishna, ed è utilizzato nei templi per simboleggiare l’armonia con la natura e la divinità.

Il significato dei colori nel Buddhismo

Nel Buddhismo, i colori sono spesso utilizzati per rappresentare i vari aspetti della pratica spirituale e della via verso l’illuminazione. Ogni colore è legato a specifici insegnamenti e valori.

Arancione

Come nell’Induismo, l’arancione è un colore sacro anche nel Buddhismo, associato alla purezza mentale e alla rinuncia. I monaci buddisti indossano abiti arancioni per simboleggiare la loro dedicazione alla spiritualità.

Giallo

Il giallo rappresenta la conoscenza, la saggezza e l’illuminazione. È il colore che i monaci tibetani usano durante i rituali e simboleggia la ricerca della verità e la riconciliazione con il mondo.

Bianco

Il bianco nel Buddhismo è il simbolo di pace e purificazione. È il colore della consapevolezza e della serenità che si raggiungono attraverso la meditazione.

Blu

Il blu è associato al Buddha Amitabha e simboleggia l’infinito e l’immortalità. È anche un colore che rappresenta la profondità della meditazione e la calma interiore.

Il significato dei colori nell’Islam

Nel Islam, i colori hanno un’importanza simbolica che si lega alla spiritualità e alla bellezza divina. Mentre non vi è una codifica rigorosa dei colori, alcune tradizioni li associano a concetti fondamentali.

Verde

Il verde è considerato il colore più sacro nell’Islam, spesso associato al profeta Maometto. È simbolo di paradiso, protezione divina e benedizioni. È un colore che evoca pace e armonia ed è comunemente utilizzato nelle moschee e nelle bandiere dei paesi musulmani.

Bianco

Il bianco rappresenta la purezza e l’innocenza. È il colore che viene indossato durante il pellegrinaggio a La Mecca (Hajj), dove i pellegrini indossano il “ihram”, un semplice abito bianco per simboleggiare l’uguaglianza davanti a Dio.

Nero

Il nero ha un significato importante, specialmente nella Kaaba a La Mecca, che è ricoperta da un drappo nero chiamato Kiswah. Il nero è associato alla potenza divina e alla misteriosità di Allah.

Il significato dei colori nel Judaísmo

Nel Judaismo, i colori hanno un’importanza simbolica legata principalmente alla spiritualità e alla purificazione. Alcuni colori hanno un forte legame con i riti religiosi e i simboli ebraici.

Blu

Il blu è uno dei colori più sacri nel giudaismo e si trova nel “tzitzit”, le frange rituali che gli ebrei indossano. Esso rappresenta la presenza divina e il legame con Dio. È anche il colore che simboleggia l’infinito e l’eternità.

Bianco

Il bianco è il colore della purezza e della santità. Viene indossato durante Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, e durante le celebrazioni più solenne come il Shabbat.

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I colori hanno un significato profondo e variegato nelle diverse religioni e tradizioni spirituali. Ogni colore, con le sue sfumature e il suo simbolismo, è un mezzo per comunicare idee spirituali universali, dai valori di purezza e amore alla protezione divina e all’illuminazione. Comprendere il significato dei colori nelle tradizioni religiose aiuta a apprezzare il loro potere spirituale e il ruolo che svolgono nel nostro rapporto con la divinità e l’universo.

Parlando di colori si potrebbe affrontare la tematica da diverse prospettive, la natura, l’arte, l’estetica, la fisica, la moda, solo per citarne alcune, ma i colori sono il mondo. Come riportato nella Creazione, (Genesi I,3), Dio disse «Sia la luce!». E la luce fu. E il mondo fu a colori.

Per chi ha vissuto l’epoca della televisione in bianco e nero che, ad un certo punto ha portato in casa il mondo a “colori”, il tema è particolarmente affascinante. Negli stessi anni Ottanta veniva firmata anche la campagna di Oliviero Toscani, il grande fotografo scomparso recentemente, “tutti i colori del mondo”, che trasformava il noto marchio in United Colors of Benetton.

Il mondo diventava sempre più globalizzato e contestualmente sempre più a colori. Con nuove e originali modalità di comunicazione, i colori tingevano in un grande affresco irenico, diversità e contrasti, avvolgendo tutto in un ideale arcobaleno. 

Eravamo ovviamente in un contesto nazionale ed internazionale di espansione consumistica e di edonismo, molto diverso da quello odierno che assomiglia più a un ritorno al bianco e nero, che crea un senso di sospensione, segno dei tempi che stiamo vivendo.

Il drappo con i colori dell’arcobaleno è la più nota tra le bandiere della pace, usata durante la prima edizione della marcia per la Pace Perugia-Assisi del 1961 da Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento. Fu ispirata da simboli simili utilizzati in manifestazioni del mondo anglo-americano, dove ebbe come sponsor, tra gli altri, il filosofo, matematico e attivista Bertrand Russell.

La psicologia dei colori è un’altra interessante prospettiva, sia perché questi possono stimolare la mente sia perché possono avere capacità curative, come nella medicina alternativa della cromoterapia. 

I colori vengono sempre più sfruttati in modo sofisticato anche dalle tecniche di neuromarketing, per creare “ambienti” e sensazioni favorevoli, in grado di incidere sulle nostre emozioni e sulle nostre scelte.

Jung, fondatore della psicologia analitica, studiò a fondo i colori ma, più in generale diede grande importanza all’immaginale come funzione di mediazione tra conscio e inconscio. Studiò a lungo i mandala, introducendoli anche in campo terapeutico, scrivendo diversi saggi e disegnando le immagini interiori che scaturivano dal suo inconscio (dèi, demoni, mostri, donne) nel Libro Rosso (il Liber Novus), a cui lavorò per diversi anni dal 1913 al 1930, periodo in cui cercò di risolvere la sua crisi esistenziale e ritrovare il contatto con sé stesso. 

Nell’opera Psicologia e Alchimia, pubblicata nel 1944, dopo svariati anni di studio di testi alchemici, Jung affronta l’analisi del concetto alchimistico d’immaginazione. Il significato esoterico dell’alchimia non è infatti quello della trasformazione della materia, attraverso la ricerca della pietra filosofale, ma è metaforicamente la trasformazione del Sé e lo sviluppo spirituale che per Jung è il principio di individuazione. Se si percorre il processo di individuazione a tappe di Jung, in analogia al processo alchemico, possiamo identificare i seguenti passaggi associabili ai colori:

la prima tappa, corrispondente alla Nigredo (Putrefazione) degli alchimisti, caratterizzata dall’archetipo dell’Ombra e dal colore nero che indica ansia, angoscia, depressione ma che coincide con l’inizio della trasformazione interiore;

la seconda tappa, corrispondente all’Albedo (Purificazione) alchemica, è caratterizzata dall’incontro con l’archetipo dell’Anima per il maschio e l’Animus per la donna e dal colore bianco che simboleggia il risveglio, la rinascita;

la terza tappa, corrispondente alla fase alchemica intermedia detta Citrinitas (Illuminazione), è caratterizzata dall’incontro con il Vecchio Saggio, corrispettivo maschile della figura Grande Madre e rappresentata dal colore giallo, stante a simboleggiare la saggezza e la serenità d’animo;

la quarta tappa, la Rubedo in alchimia, è caratterizzata dall’incontro con l’archetipo del Sé quale summa del percorso di individuazione (unione di conscio e inconscio), rappresentata dal colore rosso, come gioia e pienezza.

Secondo le teorie di Jung, esistono immagini primordiali, denominate archetipi, che hanno a che vedere con una sedimentazione naturale e storica di processi energetici che l’uomo si ritrova ad operare anche in modo involontario tra cui, oltre le immagini, anche i simboli e i colori, che evocano aspetti universali della psiche umana. Dai suoi vari scritti, emergono le seguenti corrispondenze:

il bianco assegna uno speciale requisito di «somiglianza divina» tanto che l’albino viene considerato sacro in molte comunità primitive;

il nero, legato alla morte e al lutto, ma anche alla rinascita e al rinnovamento. Il nero, come ombra, può rappresentare la fine di un periodo così come la possibilità di una trasformazione interiore;

Il rosso, simbolo del sentimento e della passione può essere associato all’energia vitale o alla violenza;

Il blu, indica spesso la funzione del pensiero, e può simboleggiare la tranquillità, la spiritualità o la ricerca di verità;

Il verde, indica la potenziale tendenza all’azione positiva vitale, è spesso legato alla crescita, alla natura e alla speranza.

Molte religioni e filosofie orientali e più in generale diverse culture, associano ai colori, emozioni specifiche. 

Queste proprietà sono suffragate in modo più completo ed approfondito anche dagli studi più moderni delle neuroscienze, che mettono in luce le relazioni tra percezioni sensoriali, emozioni e cognizioni.

La prospettiva che lega colori ed emozioni è particolarmente interessante, perché i colori posso influenzare le nostre tonalità emotive e aiutare a riequilibrare i nostri stati d’animo, migliorando il benessere psico-fisico. 

Associare emozioni ai colori non è un gioco, ma un metodo utile per il benessere, la crescita personale e la trasformazione del Sé, entrando in risonanza con il mondo stesso, un mondo a colori.